Nonsolomamma

un uomo chiamato desiderio

lo aspettava ardentemente, assaporando il piacere sottile dell’attesa. aveva immaginato il loro incontro, inevitabilmente breve, ma di sicura e duratura soddisfazione. sarebbe stata disposta a pagare per averlo. e invece no, guarda che fortuna, l’avrebbe avuto gratis. tutto per lei a casa sua.
era così trepidante e sulle spine che non era neppure riuscita a riposare la mattina, di ritorno dal lavoro, dopo la sveglia prima dell’alba. e se chiama e non lo sento? e se arriva, citofona, non rispondo in tempo e lui va via? mica torna, poi. si offende e scompare, li conosco quelli come lui. e io mica posso rinunciare a questa unica, straordinaria opportunità.
quindi, visto che era troppo nervosa per dormire e troppo stanca per lavorare, ha messo tutto in ordine, si è struccata per bene e poi, visto il cadaverico pallore, si è ritruccata. ha letto un racconto buffo, ha risposto a un paio di messaggi di posta elettronica e nel frattempo il cellulare ha squillato. un sussulto. ecco, è lui. sta arrivando. è qui sotto, si è perso… ci sono qui io a guidarlo, non deve preoccuparsi di nulla.
“pronto , amore sono io, la mamma!”
benissimo. nessun problema. aveva anche molta voglia di sentire sua madre. certo… magari dopo. hanno parlato una decina di minuti di cose che lei non ha capito o non ricorda perché era troppo tesa a captare un segnale, via citofono, via campanello, via vibrazioni mentali, del possibile arrivo di lui.
quando ha riattaccato ha trovato sul cellulare l’avviso di una chiamata da un numero sconosciuto che cominciava con 335. mannaggia! sarà stato lui, povero tesoro, smarrito nel dedalo infernale di strade intorno a questa casa. probabilmente è stato inghiottito dal buco nero di questo quartiere che, come un circolo delle bermuda terrestre, risucchia i forestieri. no, non può essere! e ora???
dlin dlon!
il citofono.
“sono il tecnico della lavatrice. mi apre?”
ce l’ha fatta. è un eroe. del resto, la sua fama lo precedeva.
“buongiorno, ehm… sono molto felice che sia qui”
“eh. è mancato poco che me ne andassi…”
“no! giammai! perché?”
“perché ho chiamato, ma lei non rispondeva…”
“mi scusi! sono mortificata era mia… la mia reperibilità! già. per lavoro devo essere sempre… disponibile! prego, venga, si accomodi! cosa posso fare per lei?”
“uhm, magari mostrarmi dov’è la lavatrice”
“ah, sì, certo. eccola qui. come saprà, l’ho comprata una decina di giorni fa e si è già rotta. perde… si è staccato quest’anello dell’oblò”
“va bene. ora faccia valutare a me”
“naturalmente, ovvio. è lei l’esperto. mentre lei… valuta… posso farle un caffè?”
“no, grazie”
“posso offrirle dei biscotti? sono fatti in casa sa?”
“no”
“un po’ d’acqua?”
“no”
“benissimo. allora la lascio lavorare…”
“ecco. meglio”
“sa, scusi, ma l’aspettavo con una certa ansia… viviamo in questa casa in sei e può immaginare il disastro senza lavatrice…”
“sei??? ammazza”
“la lascio stare…”
in cinque minuti lui ha risolto il problema, in totale scioltezza, ignaro che lei, per riavere la lavatrice funzionante, gli avrebbe offerto il suo corpo, il suo regno e anche l’automobile con il pieno dentro.
mentre lui compilava il modulo di intervento il silenzio tra loro era interrotto solo da un inquietante plop! plop! come di brodo in gran quantità che sobbolle in un pentolone.
“può mettere una firma qui, per cortesia?”
“certo”
“ma… questo rumore…”
“quale rumore, scusi?”
“questo… blobbbb! non sarà mica la lavatrice dei vicini del piano di sopra vero? perché se è così, quella lavatrice bisogna farla vedere…”
“ah! quel rumore??? ah, no, non si preoccupi. viene dallo sgabuzzino, qui, dietro questa porta… è mio marito…”
“suo…. marito?? fa questi versi nello sgabuzzino?!”
“no, no! lui ora non c’è nemmeno. è la sua birra. fa la birra in casa. lui. poi fermenta. lei. in un enorme recipiente. nello sgabuzzino”
“ah”
“già”
“la saluto allora”
“sì, grazie di essere venuto. è sicuro di non volere niente?”
“no. grazie. devo proprio andare”
e si è smaterializzato. senza aver preso nemmeno un caffè. peccato.
però adesso la lavatrice funziona benissimo di nuovo.

8 thoughts on “un uomo chiamato desiderio

  1. I tecnici per gli elettrodomestici che vengono a casa fanno parte di una categoria a sé.
    Se veniva l’idraulico o l’elettricista avrebbe quasi sicuramente preso il caffé

  2. E la parcella?!?!?

    Comunque io sono qui per ringraziarla del piacevole pomeriggio a Verbania, nella … “casetta dei Barba papà”, chiamata in alternativa “Teatro Maggiore”.
    Sto leggendo “Alla pari” e dopo una trentina di pagine, piacevolmente divertito, gustando il crescendo di simpatia, stima e affetto che maturano con leggerezza ed ironia, ho deciso di leggere l’ultima mail… e ho pianto allegramente.

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