Nonsolomamma

avevo già preparato il discorso

oggi elastigirl, all’ora di pranzo, è scappata di casa. si è accertata che ci fosse cibo per lo hobbit grande e, eventualmente per la compagna M, di ritorno da scuola e ha lasciato un biglietto in cui comunicava che sarebbe tornata intorno alle due e mezza.
così è andata al cinema, da sola, a vedere piccole donne che merita certamente una fuga a un’ora cinematograficamene poco ortodossa. nel buio della sala, libera da ogni freno inibitorio, ha pianto tutte le sue lacrime e, alla fine del film, con lo sguardo liquido ma molto soddisfatta, è uscita, ha ripreso la sua bicicletta ed è rientrata alla base, pedalando sognante perché dalla visione di piccole donne, come dalla letura del libro, si riemerge sentendosi buone, battagliere e felici.
erano le tre quando ha varcato la soglia di casa.
“si può sapere dov’eri?” ha chiesto lo hobbit grande, turbato.
con un po’ di pudore, manco avesse incontrato l’amante al motel, glielo ha raccontato.
“sei in ritardo. ti aspettavo per le due e mezza”
“era più lungo del previsto, in effetti. ma tu non hai mangiato?”
“sì, certo che ho mangiato. e ha mangiato anche la compagna M”
“allora dov’è il problema?”
“ero preoccupato”
“mi spiace. non immaginavo”
“ho pensato al peggio”
“ehi! che esagerato!”
“avevo già preparato un piccolo discorso…”
“discorso per cosa?”
“per il tuo funerale”
“ah, che carino. vuoi condividerlo, così non va perso?”
“è un genere di discorso che non prevede la tua presenza”
“però a me farebbe piacere sapere cosa…”
“non insistere, madre”.

26 risposte a "avevo già preparato il discorso"

  1. Ehm…. stavo per scrivere la locuzione romana atta alla circostanza, ma mi trattengo.
    Hai scritto lettura con una T sola, immagino per l’emozione dovuta a questa accoglienza😅

  2. Ammiro molto, e un po’ invidio, chi è capace di andare al cinema o a teatro da solo e riesce a goderne. Io ho bisogno invece di condivisione immediata, di un commento appena sussurrato al momento, di intercettare sguardi e poi di discorsi su quello a cui si è assistito.
    Ho detestato Piccole Donne da bimba quando me lo fecero leggere, e lo detesto tutt’ora. Mi sembra una marmellata di imposizioni, tragedie e buoni sentimenti tutti assieme, una serie infinita di forzature. Nono, proprio non è per me.

    1. io invece l’ho amato allora e l’ho riamato adesso. tutto vero su imposizioni tragedie e forzature ma all’epoca le storie si raccontavano così e la figura di jo è stata rivoluzionaria.

      1. Io ho sempre trovato tristissimo il finale, con Jo che dice rassegnata “il mio posto è qui, tra tegami e pignatte”… e il padre che loda la sua “piccola donna” con le mani piene di punture dell’ago da cucito. Mi faceva una malinconia infinita

      2. @Giorgia
        Non ricordo se succede in Piccole donne crescono o nel seguito, Piccoli uomini, ma Jo alla fine si sposa con il prof. Baher e con l’eredità della zia apre un convitto che accoglie, oltre agli scolari paganti, dei ragazzi poveri.

      3. Sì, e abbandona la scrittura! Il professore stronca ferocemente i suoi racconti perché sono troppo “commerciali”, se ben ricordo.
        Non so, a me quella di Jo è sempre sembrata una parabola discendente, forse perché è il personaggio che “parte meglio” quanto a grinta, talento e caparbietà. Ma sono impressioni personali

      4. Ma non è affato vero che Jo abbandona la scrittura! Nel quarto libro diventa invece una scrittrice famosissima, con i fan che la perseguitano fin dentro casa. E’ l’orgoglio della famiglia e il personaggio che raggiunge il massimo successo tra tutti. E il professore non le stronca i racconti, le consiglia piuttosto di non sprecarsi a scrivere novelle sensazionalistiche per dedicarsi alle opere di maggior valore, essendo dotata di vero talento.

        Scusate ma qui nei commenti leggo tante inesattezze. Piccole Donne non è una storia di imposizioni, tragedie e buoni sentimenti: è la storia di ragazze che imparano ad essere forti e a cercare il loro vero scopo nella vita al di là delle convenzioni e delle ipocrisie dell’epoca; se poi le situazioni in cui si trovano sono restrittive, è perché così era nel 1800, e non è certo colpa dell’autrice. I genitori e le ragazze stesse sono modernissimi per l’epoca, in modo quasi rivoluzionario… La madre a un certo punto dice alle figlie “meglio sapervi senza un marito ma felici, indipendenti, realizzate che sposate e infelici perché avete perso voi stesse”. Il tutto scritto nel 1868.

        Infine, la storia si basa sulla vita reale dell’autrice (che corrisponde, ovviamente, alla Jo dei romanzi) e le “tragedie” narrate sono esattamente le vicende realmente accadute a lei.

      5. Laura, ilromanzo è stato scritto in un certo momento storico e sociale, io l’ho letto negli anno ’80 da bimba ed ora la situazione è ancora diversa.
        Sono davvero contenta nel constatare di nuovo che sensazioni e gusti ian diversi per ciascuno di noi!
        A me Piccole Donne ha fatto venire l’orticaria la prima volta, la seconda e pure la terza che l’ho letto (lui ed i seguiti) perché, appunto, ci trovo buoni sentimenti e melassa come pietanza principale e tragedie in salsa di “si fa così” per dessert. Non so davvero dove la troviate l’indipendenza morale e la forza, dico sul serio.
        È la mia opinione e vale come il due di coppe quando briscola è bastoni.

  3. Invece secondo me dovresti insistere perché ho sempre trovato struggente che le parole migliori nei confronti di una persona riusciamo a scucircele dalla bocca solo quando questa non c’è più. E non parlo di personaggi importanti, anche di persone qualunque che, venute a mancare, ricevono dei messaggi pieni di stima o di bei ricordi da parte degli amici sopravvissuti. Messaggi che quasi sicuramente il defunto non ha mai ricevuto in vita, dimostrazioni di stime e di affetto che i suoi amici e parenti si sono tenuti dentro e che hanno esternato quando ormai il destinatario non poteva più ascoltarli. Ma perché? Perché dedicare delle belle parole o dei fiori a “nessuno” in occasione di un funerale e non a “qualcuno” (vivo) che potrebbe gioirne e apprezzarlo davvero?

    Bisogna estorcere questo discorso allo hobbit grande!!

  4. Lo vedrò con l’intento di smerigliarmi il cuore, sono la terza di quattro sorelle ed io ero Jo per acclamazione. Lo abbiamo letto un sacco di volte, compreso Piccole donne crescono (ma non ha lo stesso pathos immaginifico), siamo cresciute confrontandoci e parlandoci un sacco pur vivendo in legittima autonomia le nostre esistenze. Ti invidio la visione ad ora pranzo.

  5. Letto a 8 anni, amato subito, ricordo le discussioni con le amichette sul libro. Volevamo somigliare tutte a Jo, in alternativa a Beth e la timidezza diventava una virtù. Era la prima discussione appassionata su un libro. Un ottimo punto di partenza per crescere e lasciare che le pagine ci indicassero un po’ la via e ci permettessero di ambire ad essere maschiacci o timide, e non solo educate perfette bambine come gli adulti, e la società, in fondo voleva… .

  6. Dopo la visione della ultima versione cinematografica confermo la grandiosità di piccole donne nel bene e nel male e confermo le lacrime per la morte di Beth

    1. Anch’io da piccola mi commuovevo per la morte di Beth. Si vede che la materia è autobiografica: Bess, la sorella prediletta di Louisa May Alcott, è passata a miglior vita in giovane età

  7. Ho sempre amato piccole donne, ma un ulteriore rappresentazione su schermo mi lascia perplessa, davvero ce n’era bisogno? visto e rivisti i film, e anche il cartone animato, se la storia è sempre quella perché rifarlo ancora? Sono fan per carità, ma non so se andrò a vederlo.
    D’altro canto chi invidia la possibilità di andare a vedere un film al cinema da sola mi sembra la classica persona o che si perde in un bicchier d’acqua, o che ama piangersi addosso a prescindere. Credo che andare al cinema da sola sia la cosa più facile che una persona possa fare, scegli l’orario giusto per te e vai, punto, quale tipo di organizzazione in più servirebbe?

    1. Secondo me si, ce n’era bisogno, perché ci sono infiniti modi di raccontare la stessa storia… La storia rimane la stessa, ma il racconto cambia. Se una storia è bella poi vale la pena di raccontarla tante volte e in tanti modi… specialmente se, come in questo caso, si trovano strade diverse per raccontare.

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