Abbiamo seguito la guida e visitato il parco in cui si incontrano la placca euroasiatica e quella americana, proprio dove si riunì il primo parlamento islandese nel 930 (ma ci vuole molta immaginazione per vederlo). Abbiamo aspettato il getto dei geyser in un rito di trepidazione collettiva, seduti su una panchina come cinque umarell. Abbiamo mangiato pane e formaggio in mezzo a una fiumana di turisti, tra le pozze a 100 gradi, un po’ affamati e un po’ straniti, sballottati tra le tappe obbligate del golden circle che dicono imperdibile.
E mentre ci chiedevamo cosa non stessimo capendo, è successo. Ho digitato “Gullfoss”, che è il nome di una cascata, sul navigatore, invece di “Gullfoss visitor center”. E siamo finiti in una strada sterrata deserta. “Odio guidare su questo tratturo” diceva Mister I. “Vuoi che guidi io?” “Nemmeno per idea”, perché il maschio barese non ammette cedimenti. E al termine del tratturo, finiva il mondo e iniziavano i lupini. I lupini furono portati in Islanda dall’Alaska nel 1945 per contrastare l’erosione del sottosuolo. Ma sono una pianta infestante e due cucchiai di semi bastarono, nel giro di qualche decennio, a ricoprire l’isola di fiori blu e a sfrattare tutto il resto. Gli Islandesi per questo litigano tra team lupino e team anti-lupino.
Abbiamo attraversato un chilometro di lupini a piedi. Mister I era così nervoso che correva in avanti e ci ignorava.
E alla fine dei lupini c’erano l’arcobaleno e la cascata, vista da un angolo meraviglioso e solitario. E allora abbiamo capito che, per trovare questo paese, bisogna perdersi.
Fai attenzione! Nonna trepidante.