Il sostantivo “palazzo” – palace, palais, palacio, palast – deriva dal colle Palatino dove sorgevano le residenze degli imperatori romani. L’albero di Giuda si chiama Cercis siliquastrum e la sua fioritura è un tripudio feroce, così esplosivo da fare male agli occhi. Augusto restò senza eredi, Nerone era un fetente, Vespasiano una persona per bene. Quello che resta dell’Antica Roma non è casuale ma risponde a una visione del mondo, a un’idea di futuro, a una selezione di valori e di simboli. Pasqua a Roma è una lezione di stupore e di umiltà. È troppo cibo. È un’aula studio dentro un parco archeologico, una prima colazione in un museo, una famiglia allargata che si muove sotto il sole, un’amica che ci ospita a pranzo, polpette sublimi, abboffate celestiali, molto, troppo cioccolato. Sono chilometri macinati, il cielo azzurro, una visita guidata memorabile, un terrazzo affacciato su San Pietro, Medusa in metropolitana.
Ci siamo trovati qui tutti insieme. Manca solo il Grande che ha optato per un’avventura in montagna con la compagna M che, da scout, di avventure e di montagne se ne intende. Ci manda fotografie in cui ha lo zaino in spalla e l’espressione ingrugnita, insieme a messaggi whatsapp laconici e al veleno (“Odio la montagna”).
Mister I e io dormiamo in una casa con i nonni. Il Medio e Sneddu in un’altra con gli zii che vivono qui. Ci incontriamo per mangiare, per visitare, per stupirci insieme di questa grande bellezza. «Voglio venire a studiare a Roma» dice il Medio. Sneddu sta nel chill.
Pure io sto nel chill. Erano quattro settimane che lavoravo ininterrottamente, sabato e domeniche compresi. Ero stravolta senza nemmeno averne coscienza. Qui dormiamo in una stanza con le persiane verdi che fanno un buio benefico a cui non sono abituata. La sera svengo sepolta sotto un piumone a righe e la mattina non so dove sono. Non penso a niente. Il telefonino in casa non prende e fuori me lo dimentico. Leggo molto, dormo tantissimo. La Pasqua a Roma è assenza. O presenza, a seconda del punto di vista.