Nonsolomamma

santosha

Nello yoga esiste un principio che si chiama “santosha”. Significa più o meno “essere felici di quello che c’è”. Ci sono parole che non rimangono in testa, come santosha per esempio.
È un luglio strano, sospeso. Per la prima volta da quando sono nata non ho certezze su cosa farò a settembre, se proseguirò con il lavoro degli ultimi dieci anni o se dovrò inventarmi altro. Sono appollaiata in bilico, come Eta Beta, in attesa di una decisione non mia. A differenza di Eta Beta che dormiva in equilibrio sul suo spunzone, io ci sto scomoda e soffro di insonnia.
“I am the curator of my own misery” dice l’opera di un artista che si chiama Douglas Gordon, esposta alla Tate Modern dove ieri ho passato un paio d’ore. Pure io sono la curatrice della mia miseria ma i musei gratis sono una sublime forma di civiltà e di cura.
Santosha. A Londra si dorme con il piumone. Ogni tanto esco e cammino lungo il Tamigi. Camminoterapia. Non so se esista ma funziona. A pranzo taglio a pezzettini le verdure inglesi e le cucino e poi le butto nella pasta (inglese) o nel riso o nel cous cous. Poi mangio da sola e mi sento terribilmente adulta.
Dovrei scrivere cose ma non trovo i fili per tenerle insieme.
Ieri ho seguito una lezione di yoga online con un maestro scozzese attivista che cantava e predicava la non violenza e ci bullizzava un po’ e ogni tanto ci faceva i complimenti. Ho arrancato dietro quell’incomprensibile accento e dopo un’ora e mezzo ero anche io un’attivista scozzese, pure molto sudata.
Santosha. Il grande arriva qui domani e mi telefona per chiedere cosa deve mettere in valigia. L’indispensabilità dà le vertigini. Il medio ha fatto un corso sul concetto di genocidio e non parla d’altro. Sneddu, se salirà sul treno giusto, tornerà domenica dalla Scozia. Non chiama da giorni.
Santosha. Stamattina sono riuscita a lavorare un po’. Poi ho srotolato il tappetino sul pavimento della sala e mi sono messa a giocare con quello che c’era.

10 pensieri riguardo “santosha

  1. Stimatissima C.

    Leggo con molto interesse le sue “cronache familiari” e con maggiore attenzione i suoi riferimenti allo yoga. Prendo spunto da questo “santosha” che ho imparato a praticare da molto tempo (in modo del tutto inconsapevole, sia chiaro). Il mio problema è che, lungi dal desiderare di più, vorrei avere molto meno: meno pensieri, meno rogne, meno gatte da pedale, meno persone che ti chiedono continuamente favori (le migliori sono quelle che te li chiedono come se li stessero facendo loro a te). Ecco, le chiedo se esiste una pratica per avere meno….

    Cordiali saluti e spero di sentirla a settembre in radio (non scherziamo!)

  2. Mi sembra di aver capito la causa dell’inquietudine dei ultimi post, mi unisco al “non scherziamo” diretto ai direttori di rete, che purtroppo ultimamente seguono moltissimo una linea politica e poco una editoriale e/o i desiderata del pubblico. Il lavoro precario non è bello, da adulti men che meno. Considerando che le trasmissioni riprendono a settembre, dovrebbero dirvi prestissimo qualcosa, che sarà positivo. Ci temono 😉

  3. ‘Per la prima volta da quando sono nata non ho certezze su cosa farò…’

    ma no dai, non è vero, è solo un’altra volta…

    non siamo certi mai di nulla, anche se ci piacerebbe (dillo a me…), eri certa di qualcosa quando aspettavi i tuoi figli?😘

  4. trovo che l’incertezza sia molto sottovalutata.
    permette di esplorare nuovi orizzonti, fuori e dentro di noi, altrimenti preclusi, di scoprire risorse inaspettate e da’ un grande senso di libertà

  5. eh sì, mi sento proprio di lasciare un commento, rispondendo alla soave lettrice che si trova in Senegal. Gli africani guardano il mare e sono felici? Ma lo sa quante enormi difficoltà di vita devono affrontare OGNI GIORNO, quante cose per noi acquisite per loro sono un miraggio? In TUTTI I CAMPI: scuole,ospedali, nutrizione, cure mediche, diritti civili e sociali, e chi più.ne ha più ne metta. Basta leggere, informarsi. Trovo profondamente offensiva la retorica del povero allegro e felice. Figuriamoci poi parlando di Africa

    1. Ti ringrazio per il “soave”, ma la mia riflessione non era affatto classista. Tutt’ altro. Intendevo che qui c’è una grande differenza tra il tempo impegnato ed il tempo vissuto. Mi riferivo alla riflessione di Claudia per dire che in Africa esiste ancora un tempo di contemplazione e di pura attesa. Priva di frustrazione. Il tempo non deve essere per forza tempo produttivo. La stessa concezione di felicità è diversa, legata al semplice, al contingente. Qualcosa di molto simile al concetto di santosha a cui si riferiva lei, che certo non è nato in aree geografiche prive di difficoltà. Ho viaggiato molto in tutto il mondo e proprio per avere toccato con mano le enormi oggettive problematiche che alcune popolazioni incontrano, legate talvolta alla povertà di risorse altre alla mala gestio delle stesse, ho acquisito una consapevolezza: la serenità e la dignità, la capacità di guardare al domani comunque con fiducia non dipendono dal benessere economico. Tutt’ altro. Il nostro tempo, quello dell’occidente, è sempre tiranno. Noi lottiamo perennemente contro il tempo. Qui del tempo c’è una concezione diversa, più clemente e legata ai ritmi della natura. Io da questa concezione del tempo sento di dovere imparare.

      1. Abbasso il livello della discussione: in generale per chi ha un lavoro precario, figli da crescere e magari anche un mutuo, avere o non avere un lavoro non è un dettaglio secondario. In Italia (e non solo) moltissime persone molto qualificate ricevono serialmente e all’ultimo conferma – o meno – dei loro contratti. A me sembra un segno di bassissimo rispetto verso le e i professionisti e di disqualifica della dignità intrinseca del lavoro. Mi dispiace parecchio. Se questo avviene in RAI, per cui noi tutti paghiamo stabilmente un canone, come contribuente mi dispiace ancora di più. Grazie a Elasti che scrive questo blog e che ha ripreso con compagni di viaggio estivi il suo programma alle 6 di mattina.

      2. Molto bello! Riconoscere la capacità di chi ha meno a gioire diversamente del tempo non significa evacuare i problemi politici di dominazione che costringono a questa povertà. Ma d’altro canto cos’è la povertà se non l’usurpazione della possibilità di vivere secondo norme diverse da quelle del capitalismo imperante!?Non è povero chi ha poco ma chi desidera troppo.

        https://laparabola.altervista.org/il-pescatore-e-il-turista-racconto-di-heinrich-boll/

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