Domenica, dopo il luculliano banchetto all’hotel 5 stelle, Sneddu e io abbiamo lasciato Mister I e il grande al loro destino e siamo andati all’avventura.
“Da qui all’Avana Vecchia a piedi ci vuole un’ora e mezza. Con il caldo e le derrate di cibo in corpo non credo sia una buona idea camminare”.
“Cla, che problema c’è? Prendiamo il taxi collettivo!”
I taxi collettivi sono automobili americane degli anni 50, pittoresche e scalcagnate, dotate di scheletro, motore e poco più, guidate da individui taciturni che trasudano testosterone e ostilità. Prendono e lasciano i passeggeri, a richiesta, lungo percorsi sempre uguali per cifre che vanno dai 100 ai 300 pesos (tra i 25 e i 70 centesimi di euro). Per i cubani sono un’alternativa, piuttosto costosa, agli autobus che non passano. Per noi sono un’esperienza memorabile, nonché una soluzione comoda e divertente per muoversi.
“Non l’ho mai preso e non so bene come funziona”
“Cla, tranquilla, ci sono qui io. Basta che non parli a caso, non sorridi, stai nel tuo e nessuno si farà male”.
Ci siamo messi all’ombra, sotto un albero, lungo uno stradone che si chiama Linea e corre parallelo al mare.
“E mi raccomando, Cla. Quando si ferma devi chiedere ‘Va all’Avana?’ e non ‘Va all’Avana Vieja?’ perché altrimenti fai la figura della babba e se ne approfittano”.
Dopo un minuto è passato il taxi collettivo e ci ha caricati.
Oltre all’autista dallo sguardo patibolare, con noi c’erano altre 3 persone: una ragazza di cattivo umore, un tizio con la mascherina e una signora con un vestito leopardato, perché l’animalier a Cuba va molto.
“Cla, muta! Non cercare di fare amicizia. Questo non è un posto per conversare. E, quando arriviamo, evita di chiedere il prezzo: consegna al guidatore 400 pesos per tutti e due, saluta (solo l’autista, i passeggeri no perché è da sfigati) e scendi stando attenta a non sbattere la porta se no si stacca”.
Non ho sbagliato niente. È stato un viaggio velocissimo e bellissimo.
Da tre giorni sublimo le mie tristezze professionali con grandi corse in taxi collettivo, muta e distante, come mi ha insegnato Sneddu.
PS Sneddu è appena entrato in camera mentre scrivevo al buio, con Mister I accanto che dorme. “Cla, mi controlli se ho i pidocchi? Mi sa che me li sono presi dal barbiere”. Ci mancano solo i pidocchi.
Ho finito ora un accurato esame della testa di Sneddu. Non ho trovato niente.
Evviva i taxi colectivos, se ti fanno tornare un po’ di buon umore! 🙂