“In Sicilia ho soccorso Lady Diana che aveva avuto un malore. Gli uomini della scorta mi sono piombati addosso ma, quando hanno capito che avevo le competenze, mi hanno lasciato fare. Il giorno dopo sono tornati con un regalo della principessa: un assegno da 125.000 sterline. Mi ci sono comprato la macchina”.
I cubani amano chiacchierare. Ti fermano per la strada, alla biglietteria del museo, in coda per il pane, ti chiedono di dove sei, mostrano quasi sempre una notevole conoscenza della geografia italiana, e poi partono con racconti iperbolici. Solitamente l’iperbole avanza con l’età.
Mister I e io siamo stati a Cuba due volte prima di questa, nel 1996 e nel 1998. Anche allora i cubani chiacchieravano moltissimo. Ma era diverso da oggi. Allora la gente parlava con gli stranieri per il puro piacere di farlo, per curiosità, per capire e per far capire il mondo. Allora, chi aveva secondi fini, era esplicito e relegato nelle zone turistiche.
Oggi i cubani hanno bisogno. Il divario sociale si è allargato, creando voragini di frustrazioni e povertà dilagante. C’è chi gira in macchinoni e può permettersi di frequentare locali che costano come le discoteche milanesi e chi, dopo 40 anni da medico o docente universitario, si ritrova a frugare nella spazzatura. “A Cuba si lavora per sopravvivere, non per vivere” mi ripete la parrucchiera come un disco rotto. Quando si lamentano o si sfogano o raccontano di sé (“Ho un ascesso e non trovo l’antibiotico” “Amo la Nutella” “Mi si è rotto il cellulare” “Ho fatto la guida turistica” “Ti interessa la Santeria? Toh, che caso: sono santero”) hai sempre l’impressione di rappresentare un bancomat. E ci sta, perché la necessità è brutale e non indugia in convenevoli. Ma è anche un fallimento, della società, delle relazioni, della reciproca fiducia.
Non è così sempre, per fortuna. Ieri ero per strada. Avevo un sassolino nel un sandalo. E mentre scuotevo il piede per liberarmene, mi ha fermato un signore anziano. Mi ha spiegato che le pozzanghere sono putrescenti e che devo stare attenta e lavarmi bene le mani. Lo sapeva bene lui, che era medico. “Ho lavorato anche a Praga. Ero giovane e le infermiere mi hanno insegnato il mestiere”. Mi ha raccontato di un figlio “a Messina, in Svizzera” (?), pure lui medico. “Il mio più grande rimpianto è non aver visto l’Italia”. Pontificava, lui sì, per il puro piacere di farlo. “Mi chiamo Ulisse e ho 87 anni ma non lo diresti mai. Abito laggiù, nella casa all’angolo: dalla finestra vedi il mio soggiorno. Vieni a trovarmi, così chiacchieriamo ancora. Vivo con mia moglie, ha 80 anni, ma non è gelosa”.