Da circa un anno insegno yoga in una libreria per bambini vicino a casa. Siamo un gruppo di donne piuttosto squinternate e un uomo che porta un nome antico e il testosterone che manca a noi altre. Con queste pratiche carbonare e un po’ ruspanti, alla luce fioca e tiepida di lampade di carta, raccogliamo fondi da utilizzare per l’acquisto di libri per bambini in ospedale, in carcere (già ci sono bambini che vivono in carcere con le loro mamme) o nelle scuole di frontiera, dove la biblioteca è una chimera.
La libraia che ha aperto le sue porte a questo esperimento sociale e umano ha, nei nostri confronti, una benevolenza spiccia che talvolta vira in cordiale brutalità. Credo che la nostra presenza nel suo seminterrato le metta allegria anche se preferisce non darci soddisfazione.
Ognuna di noi, che ci incontriamo alle 17.50 del mercoledì, nessuna esclusa, combatte la propria battaglia. Solitamente non ce le raccontiamo ma, a intervalli regolari, ci ritroviamo in birreria e allora apriamo i vasi e facciamo uscire i mali e le gioie del mondo.
Una di noi in particolare sta attraversando un periodo molto difficile. Era un po’ che non veniva. Oggi però c’era e, prima di iniziare, ha detto che quando l’ansia la inghiotte lei mette a ripetizione una canzone che ascoltiamo spesso durante il rilassamento finale. «Mi ricorda il benessere che provo in quel momento, quando sono qui con voi, e mi calmo» ha spiegato.
Lì per lì abbiamo simulato indifferenza: la conversazione è virata sul torcicollo dell’una, sul tappetino nuovo dell’altro, sul freddo che mordeva la stanza e le nostre articolazioni.
Poi ho sproloquiato di equilibrio e siamo partiti, inspira, espira, piega il ginocchio destro, porta lo sguardo al soffitto, radica le mani alla terra e cose così, quisquilie e pretesti per stare e respirare, come fossimo una sola, armoniosa e leggera, e non una moltitutine, infreddolita e sgraziata.
E poi è arrivato shavasana, la posizione del cadavere, il rilassamento conclusivo. E ho messo quella canzone lì, che una di noi ascolta a ripetizione per mandare via i mostri.
E quando ne siamo riemerse, la sua vicina di tappetino era in lacrime perché, stando lì sdraiata a rilassarsi, aveva pensato a chi, con quella musica, rende meno efferate le proprie battaglie: «E mi è venuto da piangere», ha detto.
Tutte noi abbiamo convenuto che era bellissimo piangere, condividere la musica e i buchi neri e magari ri-piangere ancora e ancora. E qualcuna ha azzardato: «deve essere la menopausa» e qualcun’altra ha detto: «No di certo. È che la vita è così». Mentre noi ci commuovevamo per la menopausa e la vita e le canzoni e il cane a testa in giù e il freddo e la luce fioca, quell’unico maschio con il testosterone e il nome antico arrotolava il suo tappetino nuovo, cromosicamente impermeabile al pathos.
E alla fine, nonostante le sfighe e il patriarcato e il gender gap e l’IVA sugli assorbenti al 10% e tutti i cataclismi di genere, essere femmine è fichissimo. E se rinascessi lo rifarei.
Peccato non esserci stata….un abbraccio a tutt@🤗