Oggi sono andata dall’estetista per quella pratica rivoluzionaria che è la depilazione definitiva con il laser (ma perché non ci ho pensato 20 o 30 anni fa? Perché non mi sono affrancata prima dalla schiavitù del pelo superfluo, della ceretta, della macchinette strappa-tutto, che saranno pure un retaggio del patriarcato però io sono pur sempre figlia degli anni ’70). Io, dall’estetista, ci vado di rado perché sono un po’ quacchera e lo ritengo un lusso rinunciabile. Eppure, ogni volta, ne esco in preda a un benessere anomalo, a un’euforia molesta. È successo anche oggi. Mezz’ora di micro-torture e chiacchiere, 30 minuti di di ragionamenti sui massimi e su minimi sistemi, 1800 secondi in posizione orizzontale affidando il mio corpo, o pezzi di esso, alle cure altrui, mi garantiscono un’onda lunghissima di successiva felicità.
Mentre tornavo a casa, pedalando con un sorriso ebete stampato in viso, mi sono interrogata sul perché di questo effetto panacea. E finalmente, questa sera, ho trovato la risposta.
In questo preciso momento, mentre scrivo, sono seduta in sala con il medio e altri due ventenni maschi che guardano Italia-Bosnia e mangiano salame, formaggio e focaccia, preparata dal suprematista barese maschio («Ma verdure niente?» «Mamma, per piacere…»). Un quasi ventitrennne maschio e disturbatore mi propone di fare la lotta con i bastoni («Te lo scordi» «Dai, solo cinque minuti, madre») mentre un sedicenne è di là che studia storia ascoltando musica trap. Questa è la mia vita. Sempre.
A me l’estetista mette addosso la felicità e la speranza di un mondo migliore perché è un posto prevalentemente abitato da donne. L’estetista mi sembra un luogo di meraviglia perché si parla di peli, di cellulite, di corpi, di pensieri morbidi, di sesso (sì, anche di sesso) e di punti di vista che nella mia quotidianità non frequento. L’estetista è il posto più bello del mondo perché di testosterone ce ne è pochissimo e a me sembra di respirare meglio. Dall’estetista trovo tutto quello che a casa mia manca.