Xi’an vuol dire pace nell’Ovest. Ha una storia di oltre 3.000 anni, 13 milioni di abitanti e 50 università. È stata capitale imperiale per 13 dinastie, tra cui la dinastia Qin, nel 200 a.C., che, con il primo imperatore Qin Shi Huang unificò i sette regni della Cina, facendone uno solo, unito da allora. Qin Shi Huang aveva qualche mania di grandezza e volle migliaia e migliaia di soldati a proteggere per sempre la sua tomba.
Il secondo giorno a Xian abbiamo affittato le biciclette e abbiamo fatto un giro sui 14 km delle mura che, dal 1400, circondano la città. Per un po’ ci siamo sentiti padroni del mondo, poi la temperatura era troppo elevata per mantenere il sussiego. Siamo saliti sull’autobus 22 per andare alla Pagoda dell’Oca Selvatica. Mister I ha voluto mangiare in un posto molto kitch che si chiamava Italian Bread Museum perché, sul cibo, ovunque sia, continua a rimpiangere la pizza di carne di nonna Memé, nata a Canosa di Puglia e residente a Bari.
Il grande si è comprato un paio di pantaloni. Era dal 2019 che non entrava in un negozio di abbigliamento: è un tipo spartano ed essenziale. Aveva dimenticato la potenza del consumismo e si aggirava tra gli scaffali con l’euforia molesta e stupita di chi scopre pepite d’oro nel bagno di casa. Un ragazzo cinese con i capelli tinti di giallo voleva fare conversazione. Il grande, solitamente propenso al grugno, ha deciso che i Cinesi sono un popolo amabile e questo gli (e ci) ha cambiato l’umore.