Da quattro giorni ho le orecchie ovattate, la testa pesante e leggera insieme, un senso di straniamento, il fiato corto, i pensieri sconnessi. Da quattro giorni siamo tra i 3.500 e i 4.100 metri, nella zona tibetana del Sichuan, in Cina. Dopo la prima notte ci sia abitua, ci avevano detto. Non è stato proprio così. Ognuno si è adattato a modo suo. Mister I è in modalità risparmio energetico: parla il minimo, mangia quanto basta per il sostentamento e ha l’aria stralunata di chi assume roba pesante. Il grande si aggira con la bomboletta di ossigeno spray di cui qui tutti sono dotati; ogni tanto inala con una certa teatralità. Il medio, ammantato dell’aura della follia, si sforza di resistere all’intorpidimento dei sensi, spesso invano. Sneddu è ko. Il mal di gola lo ha divorato: streptococco, ha sentenziato una dottoressa ventenne, senza camice e con pantofole di pelo a forma di cane, al piccolo ospedale di Tagong. Io abito la mia bolla, un mal di testa continuo, l’imperativo hop hop! di mia madre che rimbomba tra una inspirazione e una espirazione.
Abbiamo visitato villaggi tibetani con le loro torri di avvistamento, dormito affacciati sul paradiso, ascoltato tamburi e canti invisibili in un antico monastero buddhista, scavalcato le barriere di comunicazione scambiandoci complimenti, foto e cortesie con signore esuberanti e ragazzette timide. Abbiamo incontrato gli yak e una famiglia di allevatori nomadi. Siamo entrati nella loro tenda, assaggiato il latte e la panna, giocato con un bambino selvatico. Stavamo per stramazzare seguendo la mandria alla ricerca di erba fresca per loro e di immangiabili piante a metà tra rabarbaro e limone che dicono squisite. E mentre noi esalavamo respiri estremi, la nonna della famiglia zompettava chilometri avanti a noi.
Attraversare tanta meraviglia senza essere padroni della nostra testa, delle nostre orecchie e dei nostri corpi è stato un esercizio di resistenza e umiltà.
Ieri sera il grande, il medio e io ci siamo trascinati fuori alla ricerca di cibo per tutti. Una coppia su un motorino viaggiava dalla parte opposta della strada. Hanno fatto inversione a U e si sono avvicinati. Hanno posato il palmo della mano sulla guancia, chinando la testa di lato, come noi mimiamo il sonno. Significava siete belli. Ci hanno regalato un fiore blu a testa e sono andati via.
Questi quattro giorni in quota sono stati un’allucinazione, un sonno agitato, un volo ubriaco senza le ali.
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