Guardandolo pensi: questo deve essere un Tony. E infatti quello è il suo nome inglese, perché i cinesi che hanno a che fare con gli stranieri si scelgono un nome alternativo, un ponte con l’altro, da attraversare con agio. In verità Tony si chiama Xuě Wáng, re della neve, insolito per i maschi cinesi, a quanto pare. Ma il giorno della sua nascita ci fu una grande nevicata e, dal poco che ho capito di loro, ai cinesi questo genere di connessione piace parecchio.
Tony ha 45 anni e ne dimostra 30, ha la prestanza degli sportivi o dei patrimoni genetici fortunati. Fuma molto. È stato la nostra guida nel Sichuan. Ci ha raccontato i panda e gli yak. Ci ha spiegato i colori dei monasteri e gli abiti dei monaci, il buddhismo e il taoismo cinesi, il funzionamento delle scuole. Ha risposto con il sorriso alle nostre centomila domande. Ci ha accompagnati in ospedale quando Sneddu ha avuto lo streptococco. Ci ha fatto da traduttore non solo linguistico, da mentore, da amico. Ha sempre mangiato con noi, accompagnandoci nelle meraviglie e nelle insidie della cucina sichuanese. Ci ha regalato chiavi di lettura preziosissime del mondo. Ci ha fatto fotografie, video, ci ha messo in posa a forza perché «Now, you need a photo». Ci ha raccontato molte barzellette. Suo malgrado ha ceduto anche lui allo sfinimento dei 4.000 metri ma ha faticato ad ammetterlo.
Tony ha un bambino e una bambina ma a noi ha parlato sempre e solo del maschio. Ha una moglie di cui non ha fatto parola. Ma poi ha tirato fuori il concetto di MBA, married but available – sposato ma disponibile e abbiamo intuito cose (È MBA anche tua moglie, Tony?).
Ha deciso che doveva far fidanzare il medio, al momento l’unico single dei tre. E per questo, nella nostra galleria fotografica, abbiamo decine di immagini di un medio imbarazzatissimo accanto a sconosciute, altrettanto a disagio. «Quella ragazza carina con il cappello ha chiesto il tuo contatto WeChat, medio. Ovviamente gliel’ho dato. Adesso vedi di accettarlo!».
I quattro giorni con Tony sono stati un giro di giostra, una finestra preziosa, il privilegio e lo straniamento della prossimità.
Guardandola pensi: questa deve essere uscita da un fumetto. Il suo nome cinese è Fēifēi che significa fragranza dei fiori e del foliage (boh), quello inglese è Freesia. È la nostra guida a Zhangjiajie, almeno dovrebbe esserlo. In realtà si limita ad accompagnarci in giro, vestita di bianco, un ombrello in mano e un grande cappello in testa, l’aria stralunata e stramba di una creatura silvestre. Non dà spiegazioni. Alle domande risponde evasiva, come chi è lì per caso. In compenso fa molte domande bizzarre. «Di cosa è fatto il pane tedesco?» «Quanto costa la villa dove è stato girato Chiamami col tuo nome?» «Che tipo di personalità sei?» «Com’è stato partorire?». Sostiene che le scimmie siano mostri o tigri, che gli italiani abbiano corpi magnifici, che i cinesi parlino Chinglish, che non è una lingua ma un’aberrazione. A volte si avvicina all’orecchio e sussurra: «Je suis votre guide chinoise» in un francese tutto suo che vorrebbe imparare. Si perde nella folla, spesso canta da sola, a volte chiude gli occhi, dice che fare la guida è la sua vocazione. Ieri, in coda, mi ha fatto un divino massaggio al collo. Ha momenti di euforia immotivata, in cui esclama cose a caso: «Good job! Wonderful day! Yuppie». È un personaggio interessante («Il mio sogno è visitare la Svizzera»). Peccato che dovrebbe spiegarci cose e invece ci chiede come è fatto il pane tedesco.
In un paese complesso e diverso come la Cina, avere una guida è una gran cosa. A volte più a volte meno.
Forse la ragazza guida/fiore non conosce molto l’inglese. Per questo non fornisce spiegazioni. Le risposte dovete darvele da soli e rileggere “IL MILIONE” sentendovi alla corte del Kublai Khan.
Tornate!