Nonsolomamma

gravidanza indesiderata

elastigirl pensava che tre fosse un discreto numero di figli. riteneva che una tizia che aveva partorito tre volte potesse essere assolta anche dai più ferventi sostenitori della procreazione libera, sfrenata e indiscriminata. si sentiva a posto, insomma, almeno da quel punto di vista.

poi è arrivata in uganda. e il mondo si è ribaltato. “solo tre figli?”. già, qui i figli arrivano, uno, due, quattro, sei, dieci. arrivano perché nessuno fa nulla per impedirlo, perché, chi ci pensa, quando ci pensa, sono solo le donne. e nei rari casi in cui al pensiero segue l’iniziativa, la contraccezione è praticata di nascosto. arrivano perché gli uomini sono i capi e le donne ubbidiscono. qui i bambini sono ovunque, infagottati sulla schiene delle madri, dentro scuole con oltre cento alunni per classe, piccoli e scalzi, sul ciglio di strade di terra rossa, dove le jeep sfrecciano, senza frenare mai e uno si chiede come fanno, tutti quei bambini che salutano, con gli occhi enormi sgranati, a non finire vittime di quelle corse pazze, retaggio di un tempo di guerra in cui i viaggi somigliavano a fughe e andare piano moltiplicava le probabilità di imboscate.

i figli arrivano, spesso figli di madri bambine. talmente bambine che oggi, sul muro di una scuola elementare, c’era una scritta, “say no gift for sex”, rifiuta i regali in cambio di sesso, rivolta proprio a loro, che al massimo, nell’aula dietro quel muro, avevano 11 anni. e quando hai un figlio a 11 anni smetti di andare a scuola, smetti di essere bambina, e sarà solo il primo di una serie potenzialmente lunghissima.

a elastigirl i bambini mettono allegria e questi bambini incantano. ma le madri no, le madri, nonostante quel loro incedere regale con un neonato sulla schiena e una tanica piena d’acqua sulla testa, sono vittime della loro maternità implacabile e iperbolica. sembrano rassegnate a un destino di parti, allattamento, lavoro, solitudine. “tuo marito non ti aiuta con i tuoi sei figli?” “no, mio marito beve”, ha risposto una mamma che aveva portato suo figlio a fare le vaccinazioni. “incoraggiamo le donne incinta a venire subito da noi, per  fare gli esami e i controlli, insieme ai loro mariti. perché è importante che entrambi i genitori facciano gli esami per l’hiv. ma i mariti, i padri, non vengono quasi mai”, ha raccontato grace, che lavora nei presidi sanitari mobili che una volta al mese visitano i villaggi.

è complicato capire, è impossibile giudicare, è sbagliato indignarsi, per chi non conosce, non sa e fino all’altro ieri era in un altro mondo.

però oggi, in un’altra di queste giornate più lunghe del mondo, in un piccolo centro ospedaliero in mezzo a quello che chiamano bush, una ragazzina aveva appena partorito un bambino. “una gravidanza indesiderata, la prima”, ha spiegato l’ostetrica chiamando “baby” sia lei, sia il neonato che le dormiva accanto. questi due bambini se ne stavano lì, sdraiati vicini, in una stanza spoglia. da soli. il padre non l’aveva accompagnata, non aveva assistito al parto, non era venuto a vedere il figlio. lei aveva 16 anni e aveva appena cominciato. e per la prima volta in vita sua elastigirl si è chiesta cosa rende un bambino prezioso.

124 thoughts on “gravidanza indesiderata

  1. Grazie. Il tuo è un punto di vista inedito e interessante, rispetto ai più diversi articoli che mi è capitato di incrociare sul tema. “Madri vittime di una maternità implacabile”. Che distanza dalle nostre maternità. E come hai ragione “è complicato capire, è impossibile giudicare, è sbagliato indignarsi, per chi non conosce, non sa e fino all’altro ieri era in un altro mondo”.
    a presto
    BBM

  2. Ho visto bellissimi commenti, e altri molto meno. Molta compassione verso quelle donne e quei bambini, come è giusto che sia. Ho scritto che nei campi rom vicino alle nostre case ci sono bambine che a 14 anni partoriscono e non esiste una dead line, bambini che vediamo ogni santo giorno : non una parola per loro. in effetti l’Africa è più esotica. I rom rubano e non si lavano. E giustamente un bambino rom di 6 giorni è strafortunato ad essere in carcere. Ciao Elasti, spero che il tuo viaggio prosegua al meglio. Cristina

    1. hai ragione, l’africa è molto piu’ esotica, le raccolte fondi sono tutte e sempre per l’africa,mai per le famiglie italiane che da mangiare non ne hanno. E ce n’e’ tante.

      1. Se elasti avesse scritto di Rom il commentarium avrebbe parlato di Rom, se avesse scritto di mediooriente il commentarium avrebbe parlato di mediooriente. Non è questione di charme dell’africa, e questione di ot. E di voglia di passare per migliori rispetto alla massa, per il tramite del ricattuccio morale.

    2. Cara Cristina, la tua amarezza in parte è comprensibile, però in effetti si parla di Africa qui e la tua testimonianza in fondo in un certo senso rafforza quella di Elasti riguardo alle madri bambine.

  3. Io ho semplicemente descritto una realtà che esiste a due passi da noi. Gli ot sono anche quelli che scatenano una guerra sui feti, o no, zauber? Cmq va bene lo stesso, qui siamo ospiti e come tali ci comportiamo.

    1. no la guerra sui feti, non mi pare affatto ot, perchè perfettamente in linea con l’argomento del post e la domanda sull’essenzialità dei bambini o meno.
      L’Africa è lo sfondo su cui si è collocata questa domanda. A me ha infastidito del tuo commento, la parte sull’africa esotica e i rom che non si lavano, e le anime belle presunte perchè implicava nei commenti altrui un qualunquismo e una discriminazione verso i problemi dei rom o chi per loro, che non ti è dato presumere in questo commentarium solo in base al fatto che delle persone hanno rispettato il tema del post. Poi ho detto la mia, anche un po’ crudemente, e ognuno fa come crede.

  4. Purtroppo in Africa e in tutto il medio oriente la contraccezione è negata alle donne dalla fortissima influenza della religione islamica e dalla cultura beduina, che, entrambe, onorano l’uomo che produce molti figli.

    Non a caso sono paesi in cui le leggi permettono la poligamia, proprio per permettere agli uomini di avere tantissimi figli.

    Nella cultura araba e africana in generale, da secoli, la fecondità maschile va di pari passo con il rispetto sociale.

    L’unica speranza per le donne africane è la ri-educazione dei loro uomini, a partire dai bambini maschi, ai valori del rispetto degli esseri umani indipendentemente dal genere, della libertà di scelta, del valore dell’essere umano per sè stesso e non per il numero di figli che produce.

    Sono proprio quei bambini l’unica preziosa speranza per quelle povere donne.

  5. Care amiche, anche se sono un uomo, posso dire la mia ?
    Lo so, le ho tutte, sono un uomo e pure un cattolico. Mi sono piaciute molto laura, hottanta, ed altre che non so ritrovare.
    Mi ha fatto rabbrividire quella ultracattolica del marito spaiato o che so io. Allora racconto qualcosa che con la contraccezione ed il controllo delle nascite c’entra un poco.
    Ragazze, ho letto una notizia, settimane fa, che mi ha fatto rabbrividire: entro il 2060 saranno esaurite le riserve note di fosfati, ovvero tra i fertilizzanti + importanti, che bene o male permettono ai 6/7 miliardi di uomini di sopravvivere, + o – bene.
    Con l’agricoltura tradizionale, anche se migliorata, scarsamente la quota di sopravvivenza potrebbe superare il miliardo di persone. Molti studiosi hanno situato alla quota un miliardo il massimo che la terra possa sostenere per tempi lunghi, con un clima ottimale : che ne facciamo dei 6 miliardi di avanzo ? Li faremo morire tutti in una bella guerra, o di fame in qualche anno ? Ricordo che queste cose sono già successe: nel 5° secolo, con la caduta dell’Impero, la popolazione dell’ Italia si ridusse a meno di un quarto, in un paio di generazioni. Morirono semplicemente di fame.
    Non è meglio pensarci prima a salvare il salvabile (anche se io non ci sarò) ?
    Diciamolo anche alla Chiesa, per favore, ed ai supercattolici pure, che il problema non è quello di fare un Vaticano 3°, per riprendere i contenuti del 2°, ma di fare il 4°, per spazzare via la marea di fissazioni che nulla hanno a che vedere col messaggio di Gesù ?

    Anonimo SQ

  6. Ciò che rende prezioso un bambino è che può nascere, può vivere… anche solo un sorriso o una carezza… solo un giorno di ossigeno e cielo… è l’Essere dentro di noi che ci rende preziosi.
    Di una preziosità che non basta mai la vita. Nè per noi né per chi ci ama. In nessuna parte del mondo.

    1. fare una carezza a mio figlio e vederlo morire mi ucciderebbe…la rassegnazione aiuta a sopportare l’inevitabile, per tutto il resto, credo sia meglio cercare di migliorare conoscenze e contesti ed evitare disatri o condizioni di vita sinceramente nemmeno classificabili.
      il discorso è molto complesso, ma ridurlo a “tutto ciò che mi è dato mi è donato e per questo ringrazio”….mi dispiace ma non ci sto.
      ma forse ho travisato

  7. Per me è solo una questione di prospettiva. Io ho la possibilità, la tranquillità, la filosofia di considerare la mia bimba preziosa. Un vero e proprio dono. La sua mamma biologica, no. L’ha partorita e lasciata dentro ad una scatola in un freddo giorno di febbraio. Non poteva considerarla un dono, lei: mancanza di risorse interiori, di consenso sociale, per la sua storia e quella del suo paese, non poteva proprio. O forse, solo, non ci è riuscita. Capita. Ma da donna, in fondo a sè, sapeva che sua figlia, preziosa lo era per davvero. Lo ha sentito quel tanto da non ucciderla e riuscire a separarsene per garantirle che un giorno, con un pò di fortuna, sarebbe stata riconosciuta in tutta la meraviglia che è da chi la possibilità ce l’ha. Questa la mia storia.

    Dal punto di vista politico e sociale non penso che siano molti i Paesi che in realtà considerano preziosi i bimbi, Italia in primis: nessun investimento sulla scuola, poche strutture, poco sostegno alle famiglie, zero scelte politiche per un futuro mondo sano e felice! Sarà mica questo il modo di coltivare un investimento sul futuro!

  8. So che mi attirerò una marea di critiche, ma vorrei provare a farvi vedere un punto di vista un po’ diverso. Una cosa è arrivare in Africa, in un contesto come questo, con un’associazione come Amref ed essere catapultati da una realtà ad un’altra agli antipodi; ovviamente l’impatto è forte. Un’altra cosa è convivere con questa realtà, magari in maniera ovattata come sta succedendo a me, ma venire in contatto quotidianamente per un periodo più lungo con gli africani ed il loro modo di vivere. L’impatto è leggermente diverso. Quando sono arrivata in Africa ho avuto anche io la stessa reazione, non solo per le mamme bambine, per le nipotine allevate dalle nonne, per il ruolo dell’uomo in questa società. Ci sono anche i bambini che frugano nella tua spazzatura e tirano fuori cose che credevi inutili, bambini che non avranno mai un’istruzione, ci sono gli uomini che vengono a lavorare con la malaria o peggio e si fanno venti chilometri in bicicletta (o a piedi se gliel’hanno rubata) per mantenere una famiglia di tredici bambini, ci sono tante realtà. I figli qui sono una risorsa, per il padre, per la madre, per la nonna. I figli muoiono prima dei cinque anni in maniera drammatica; ho sentito di madri che hanno lasciato morire i propri figli perché non avevano 20 centesimi (20 centesimi!) per completare la cura contro la malaria. Eppure fa parte della vita, è accettato come non si può neanche immaginare nel mondo occidentale.
    Quando parli con queste persone, quando instauri un rapporto un po’ più profondo e personale e loro si aprono e ti spiegano il perché succedono certe cose, la prima reazione occidentale (ma questo è ingiusto! Anche loro hanno dei diritti!) ti muore in gola perché sono loro stessi, queste mamme di tredici figli a guardarti e sorridere e farti capire che ‘i diritti’ come li intendiamo noi qui non si applicano, fanno parte di un altro mondo e soprattutto a loro va bene così.
    Quando sono arrivata ero indignata, volevo cambiare la vita delle persone che mi stavano accanto, volevo che i loro diritti fossero applicati. E poi mi sono resa conto che stavo entrando come un elefante in una cristalleria senza tenere conto di cosa volessero veramente loro. Quando ho detto alla tata che dovevamo versare una parte del suo stipendio per la sicurezza sociale, lei ha guardato lontano e mi ha risposto ‘alla mia salute ci pensa Dio’. Non c’è stato verso. Ma soprattutto non serve perché quei soldi, se li versiamo, quando e se serviranno, lo Stato se li sarà mangiati e saranno solo soldi in meno che lei prende ora e con i quali può aiutare ora le sue figlie.
    Questo non vuol dire sia giusto così, solo che ci sono premesse che noi non consideriamo, c’è un modo di intendere la vita che noi non vediamo perché siamo troppo accecati dal pensare che noi abbiamo il modo giusto.
    Ma se si ascoltano queste persone, con la loro storia, la loro saggezza e il loro modo di vedere la vita a tratti infantile (brutto giudicarlo così!), ci si rende conto che forse il giusto e lo sbagliato non sono così netti, che magari una cosa che per me non è giusta, non è accettabile, lo è per qualcun’altro non perché queste persone non possano giudicare, al contrario, ma perché queste persone giudicano con la loro testa, con la loro cultura, con qualcosa di incredibilmente antico e in contatto con le radici della vita che noi abbiamo perso. C’è come un senso di predestinazione che aleggia qui che fa sì morire tanti bambini, fa sì accadere tante ingiustizie (ai nostri occhi), ma rende gli africani così in armonia con la loro terra, con la natura e con la vita, come noi non potremmo più essere. Forse perché abbiamo perso aderenza con le nostre radici, forse perché volere vedere i nostri ‘diritti rispettati’ ci ha fatto perdere il senso bello e brutto dell’essere solo un’altra specie animale su questo pianeta.
    Scusate la lunghezza e spero di essere riuscita a spiegarmi…

    1. quindi a posto, no? Sono in armonia, a loro va bene così… possiamo in santa pace continuare a sfruttare l’africa. Anche la singora che veniva a fare i lavori a casa mia non voleva che le pagassi i contributi e l’assicurazione, avrebbe voluto per sè quei soldi. Non m’importa che quei soldi siano andati sprecati, in qualche modo, qui in Italia. Sicuramemnte (è sotto glo occhi di tutti) è andata così. Ma è una questione di dignità del lavoro. Tu intanto paga la sicurezza sociale alla tata, poi se vuoi dalle dei soldi in più.

      1. Non è che non abbia capito… sul piano umano, dei rapporti interpersonali, emotivi con la singola persona sono daccordo…la vita, la mentalità, le usanza… tutte cose vere e giuste. ma. c’è un ma, per come la vedo io. Sono i punti di vista a essere incolmabili finchè gli occidentali andranno in Africa e le tate saranno africane e non il contrario. La disparità di condizioni è incolmabile e sanabile solo in un modo, con il cambiamento brusco, rapido, il rovescaimento, rivoluzione, chiamala come vuoi. E’ già successo in molte parti del mondo dove la linea di demarcazione era, tra le altre, il colore diverso delle tate e dei bambini loro affidati. La tua tata non è tutta l’Africa, Va bene così fino al giorno in cui non va più bene e non ci pensa più Dio, ma gli uomini. Infine, io non potrei sopportare di vivere così, non è giusto pensare che la mia tata, o chi altro, lavora per quattro soldi per me, per il mio agio e il mio benessere, poi va a casa sua, un tugurio magari, e ha poco e niente. Se un giorno mi rubasse l’argenteria non potei biasimarla.

    2. Perdonami, ma a me sembra davvero assurdo che si lasci passare per cultura quello che invece è solo mancanza di alternative. Questa storia del pensiero occidentale che non può giudicare una cultura diversa, e che a loro va bene così, mi lascia molto perplessa. Certo che a loro va bene così, l’alternativa non c’è. C’è la povertà estrema, non si può pensare alla contraccezione, non si può pensare alle cose “superflue” se il pensiero è riuscire a sopravvivere ed arrivare al giorno dopo. C’è l’ignoranza, c’è che tutte vivono così e quindi bisognerà pur far andarsi bene questa situazione ed accettarla di buon grado. Tu nella stessa situazione, se non fossi nata in occidente, ti troveresti probabilmente a ragionare nello stesso identico modo. Ma quella non è cultura, come non voglio pensare che “l’obbedienza al maschio” rappresenti la nostra cultura italiana, eppure questo è stato, è successo e succede ancora al sud. Dai loro la possibilità di scelta, di andare a scuola, di avere una vita normale, e poi potranno occuparsi dei loro diritti. Ma come diceva qualcuno prima, questo non succederà in pochi giorni, ci vuole una rivoluzione profonda. E questo non significa imporre la propria cultura ad un’altra. Significa volere una vita dignitosa per tutti gli abitanti di questo pianeta.

    3. Io, invece, ti ho capita e ti ringrazio del commento. E’ in parte quello che intendevo parlando di “prospettive”. Del resto, basta fare scelte differenti anche nel nostro Paese, per non venir capiti e essere fraintesi. E’ poca la gente che ha voglia di vedere e sentire davvero altri modi di essere.

  9. Carissima Elasti,
    ti leggo da mesi, forse da più di un anno. Ho letto moltissimi post (non tutti), seguito le tue giornate, sorriso e partecipato, mi sono emozionata, ho ragionato, riso tanto, mi sono distratta, interrogata, immedesimata, certe volte non è successo niente di tutto questo magari, è capitato. Non credo di aver mai commentato mai, anche se molte volte ho avuto la tentazione di farlo. Forse la pigrizia, la non abitudine, le altre decine e centinaia di commenti che spesso dicevano anche più di quanto avrei voluto o saputo dire io e chissà quali altri motivi mi hanno fatto desistere, limitandomi a partecipare da qui. Ma questo post, questo viaggio, queste riflessioni mi hanno fatto scrivere. Poche righe, anche prive di particolarità se vogliamo, ma sentite.
    Ti ringrazio per questa condivisione. Credo fortemente che la testimonianza, e ancor più l’esperienza diretta di questa parte di realtà siano l’unico strumento efficace per trasmettere quanto le vite degli altri siano vicine e non lontane come sembrano a volte. La vita è vita, dovunque.
    Grazie. E buona continuazione! 🙂

  10. … ho immaginato la madre di mio figlio. mi capita spesso, è abbastanza scontato. e un milione di volte l’ho immaginata così. una donna/bambina. spaventata, confusa, in balia degli eventi. altre volte l’ho immaginata circondata da tanti altri bambini. e allora, forse, mio figlio, era di troppo. lui, proprio lui, non ci stava. una questione di sopravvivenza. altre volte ho immaginato un parto travagliato. una donna sola. senza aiuti. che alla fine, prima di morire, non ha neppure la fortuna di incontrare i meravigliosi occhi neri di suo figlio.
    ognuna di queste donne potrebbe essere lei. e sicuramente somiglia ad una delle donne che descrive Elasti.
    pensarla, ogni volta, è una gioia e un dolore. gioia perchè mi ha regalato inconsapevolmente la cosa più bella del mondo. dolore per quel dolore immenso che deve aver provato lei quando ha lasciato il suo/mio neonato sul ciglio di una strada…

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