Nonsolomamma

il 40 per cento

ellis island è una piccola isola artificiale sulla foce del fiume hudson, costruita con i detriti degli scavi della metropolitana di new york.
tra la fine dell’800 e la metà del 900 chiunque arrivasse negli stati uniti dall’europa, approdava lì, proprio accanto alla statua della libertà.
il 40 per cento degli americani discende da un immigrato passato per ellis island.
quelli che viaggiavano in prima e seconda classe venivano direttamente mandati a new york ma gli altri, a ellis island, venivano interrogati in una lingua che il più delle volte ignoravano, sottoposti a visite mediche e test psicologici e di abilità, e giudicati idonei o non idonei a entrare negli stati uniti. c’erano uomini, donne, bambini, spesso stremati dal viaggio, confusi, impauriti. il 2 per cento di loro veniva rispedito indietro. molti venivano trattenuti a lungo, talvolta in ospedale, prima di ricevere il nulla osta.
le donne dovevano essere accompagnate o avere un promesso sposo o un marito che le aspettava. altrimenti, sole, non potevano entrare. a ellis island di solito non si sbagliavano ma ogni tanto sì. così accadde che una signora siriana e una finlandese si trovarono contemporaneamente sull’isola, pronte per raggiungere i rispettivi mariti. tuttavia, per un errore, la siriana fu mandata dal finlandese e la finlandese dal siriano. e nessuno fu contento.
ellis island è piena di storie di uomini e donne in cerca di una vita migliore. moltissime sono a lieto fine.
ellis island è un posto struggente, di speranza e disperazione. il suo museo, che ricostruisce i primi passi dei nonni o dei bisnonni o dei trisnonni di quattro americani su dieci, tocca corde familiari e dolorose.
forse per questo ogni tanto a ellis island viene da piangere.
perché la storia si ripete e bisognerebbe farne tesoro e imparare dal passato e diventare versioni sempre migliori di noi stessi.
perché siamo tutti figli di migranti e quello struggimento, quella speranza e quella disperazione sono ingredienti della nostra pasta.
perché ce lo stiamo dimenticando.

19 risposte a "il 40 per cento"

  1. Conosci il libro “La signora di Ellis Island”di Mimmo Gangemi? Narra molto di ció che hai descritto, attraverso la parabola esistenziale del migrante Giuseppe, e ci ricorda che “la storia siamo noi”.

  2. Grazie perché ce lo ricordi.
    Sai che gli italiani erano l’unico popolo che all arrivo veniva diviso in “italiani del nord” e “italiani del sud”?

  3. Anche la nonna di mio marito è passata per Ellis island e non è stata una bella esperienza.quando poi l ho visitata la tristezza e l amarezza hanno preso il sopravvento.ogni tanto fa bene rileggere L’Orda,di G.A.Stella.quando gli albanesi eravamo noi.grazie x questo ricordo

  4. Quando sono finalmente riuscita ad andare a New York, l’isola era chiusa per ragioni di sicurezza legate all’uragano. È stata una delusione. La sorella di mia nonna è partita da sola, con il novello sposo, e a Ellis Island ci è rimasta diverse settimane. Ricordo che la nonna conservava ancora pacchi di lettere con il bordo rosso e blu, legate con lo spago. Negli anni 60, la zia Maria tornava in compagnia dei figli sulla nostra isoletta del sud Italia. Portava in dono vestiti colorati dalle gonne larghe che le sorelle non osavano indossare, attenendosi alle scure gonne longuette, tutte uguali. Mia madre era bambina e rimaneva affascinata dalla leggerezza e dai capelli cotonati di quella zia ormai con il cuore al di là dell’oceano. Prendeva in giro la nonna dicendo che era una farfalla in mezzo agli scarafaggi. Il figlio di zia Maria lavorava al World trade center, l’undici settembre non si è trovato in ufficio per pura coincidenza. Quando qualche anno dopo la mamma è morta, io ero solo una ragazzina, è tornato sull’isola visibilmente invecchiato, con una busta di polvere e piccoli frammenti che abbiamo lasciato in parte al cimitero, affianco alla bisnonna, e in parte abbiamo versato in mare. Le siano lievi la terra e le onde.

      1. Grazie a voi per averlo letto. Adesso altre due persone sanno di questa mia zia camaleontica e coraggiosa 🙂

  5. Ti ringrazio per aver dato ad ellos island questa connotazione struggente e attuale. Io di Ellis Island ne ho un ricordo triste e amaro. Da Boston dove ero studentessa all’MIT e dove ho lavorato 10 anni, co sono andata con il mio professore. In visita. Persona colta e illuminata. Fino a quel giorno il mio mito in fatto di scienza. Ha denigrato con parole brutte gli italiani e gli irlandesi passati per ellis Island. Io avevo 19 anni. Ci rimasi malissimo. Ero orgogliosa di me e della mia terra. Che tra l’altro mi mancava. L’ho trovato in gesto orrendo. Eravamo studenti di tutto il mondo arrivati al MIT per merito a studiare. Mi sono sentita per la prima volta giudicata per la mia origine.
    Scusa lo sproloquio.
    Ma grazie di cuore. Non penserò più ad ellis Island con amarezza. La con struggimento. Grazie

  6. Brava Elasti. Lo struggimento è sconosciuto a molti purtroppo. Certamente a chi sostiene che per i migranti, oggi in Italia è finita la pacchia. E non si vergogna.
    La storia invece siamo noi!

  7. Anna arrivo’ ad Ellis Island a quartodici anni con sua madre,una sorellina e un fratellino più piccoli. IL padre li aveva preceduti da qualche mese.Aveva un buon lavoro.Sarbbero stati bene.Avevano portato tra l’altro,sei tazzine da caffè con il piattino,bianche decorate color oro.Anna e’ tornata in Italia ed è ‘anche’ americana.
    ‘Lo sai che quando siamo arrivati ad Ellis Island hanno scartato le tazzine,le hanno posate delicatamente su una panca e dopo averle ammirate e reincartate ce le hanno ridate?’Racconta mentre sorseggia un caffè.Due lagrime rigano il suo viso.

  8. Grazie. È tanto che leggo assiduamente ció che scrive (su vari supporti). Spesso e volentieri mi strappa un sorriso e oggi non fa eccezione. È il sorriso del venire a sapere leggendo che ci sono sensibilitá affini, empatie amplificate e connesse che sentono vicini argomenti quotidiani ma dei quali si fa difficilmente esperienza. Un saluto cortese

  9. Grazie Elasti per questa riflessione e perché ci racconti le emozioni del tuo viaggio e grazie a tutte voi, empatie affini e connesse come scrive Una Siciliana.
    Questo blog è unico e fa bene al cuore

  10. Grazie per questo post e per i commenti: emozione vera dietro le vostre parole. Storie di noi. Coraggiosi più di quanto ci piaccia ammettere nel nostro quotidiano… l’altro giorno ho letto che tra il 1876 e il 1976, emigrarono 27 milioni di italiani…..

  11. io ho tanti parenti che sono arrivati in America partendo da un’isoletta, quella volta italiana, oggi in Croazia, che si chiama Lussinpiccolo…non so se siano passati per Ellis Island però sono arrivati lì senza niente, si sono rimboccati le maniche e hanno costruito la loro vita come hanno fatto tanti altri italiani, irlandesi, ecc. ecc…..è davvero brutto che tanti si siano dimenticati che una volta fra chi emigrava c’erano tanti uomini e donne di questo bellissimo Paese che sognavano semplicemente un futuro diverso e che per questo hanno dovuto abbandonare la propria casa…la memoria degli eventi negativi già passati è una delle armi migliori che abbiamo affinchè questi eventi non si ripetano (vedi anche i campi di concentramento, solo per fare un esempio)….come è possibile che tanti non se ne rendano conto e vadano in giro a sproloquiare? dobbiamo leggere, imparare, ricordare, ascoltare i racconti dei nonni e trasmetterli alle nuove generazioni…altrimenti non so proprio come andrà a finire (scusate lo sfogo e grazie a chi avrà la pazienza di leggerlo…)

  12. Anche a Genova c’è un bellissimo e interessantissimo museo dell’emigrazione. L’ho trovato anche meglio allestito di quello di Ellis Island.
    Cmq sono luoghi da “studiare” bene, perchè il passato non va dimenticato.

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