Dopo una settimana di tv ho capito pochissime cose. Ho capito che non è un gioco anche se un po’ ci somiglia. Ho capito che molto, forse alla lunga tutto, dipende da un numerino che esce alle dieci del mattino, capace di spostare umori e trasformare tutti in allenatori della nazionale. È lo share, quotidiano e tendenzialmente malevolo: se è basso non va bene, se è alto potrebbe sempre peggiorare domani. Ignorarlo è impossibile. Ho capito che il trucco e la rella piena di vestiti donanti sono divertenti e ipnotici ma comunque sempre parte di un lavoro che, come tutti i lavori, è potenzialmente vittima di routine. Ho capito che bisogna godersi il momento, non farci alcuna abitudine e mantenere il baricentro da un’altra parte. Il baricentro dei propri talenti, dei propri interessi, delle proprie ambizioni private e professionali.
Ho l’impressione che il mio, di baricentro, qualsiasi cosa faccia, dovunque vada, sia sempre altrove, forse incapace di mettere radici fuori casa.
Così oggi che è sabato ho fatto il pane in una pentola nuova. Aveva la crosta fuori. Dentro potrebbe avere qualsiasi cosa, anche una rella donante. Ancora non ho avuto il coraggio di aprirlo.
Mister I è a Berlino. Anche gli economisti marxisti, come le fiere, i ristoranti e i lavoratori dello spettacolo, hanno ricominciato a vivere. E devono recuperare il tempo pandemico.
Il grande è felice di stare a Torino anche se ancora non ha una casa e dorme in ostello o dove capita. Dice che è una città bellissima. La scorsa settimana ci ha portato una scatola piena di cioccolato così buono che veniva voglia di piangere.
Il medio ha una vita sociale indefessa e felice. Abbiamo stabilito delle regole però. A ogni voto buono una libertà aggiunta, a ogni insufficienza una libertà negata. C’è chi funziona per incentivi e deterrenti.
Sneddu non è in formissima. Ma passerà.
Ieri sera, in un carcere poco fuori Milano, ho visto un bel film: Il capo perfetto. Dopo, verso le 23, c’era il dibattito. Ero contenta ma ero anche sveglia dalle cinque e mi si chiudevano gli occhi. Ma eravamo in carcere e non si poteva uscire a proprio piacimento. Così, con una certa ansia e molto sonno, ho seguito il dibattito. Un ex imprenditore, oggi detenuto, ha raccontato che lì ha imparato il valore etico del lavoro. È stato bello.
Un posto letto qui c’è per il Grande. E forniamo cioccolato 🍫 per te e sneddu e il medio
Come mai questa partecipazione al cineforum in carcere? Era a Opera? Oltre che sul blog ne hai dato testimonianza?
era a Bollate. Nessuna testimonianza. Ho saputo da amici che c’erra questa proiezione una tantum e mi sono iscritta
grazie!!!
@torino: cercherei casa anche fuori dai quartieri a cui pensa lui, ad esempio Parella, con parchi e biblioteche, ci passa la metro OT il 28 ottobre inizia Cioccolatò, una buona scusa per andare a trovarlo 🙂 https://www.guidatorino.com/eventi-torino/cioccolato-2022/
grazie!
Come mai questa partecipazione al cineforum in carcere? Era a Opera? Oltre che sul blog ne hai dato testimonianza?
Sempre io….
Come “personaggio pubblico” fai benissimo a partecipare a queste iniziative. Ti senti di condividere altri aspetti rispetto all’esperienza?
Faccio servizio in carcere e mi farebbe piacere sentire altre osservazioni.
in realtà è stata un’esperienza interessante ma un po’ “fredda”. mi è capitato altrre volte di fare cose in carcere ma da sola e mi sono portata a casa più pensieri. in generale mi farebbe piacere fare qualcosa di più strutturato in carcere ma al momento mi manca il tempo
Grazie per la risposta, cara Elasti! Hai proprio ragione : le attività che svolgiamo in carcere in forme più libere, soli o in gruppo, danno un ritorno più ricco. Per “più libere” intendo piccoli laboratori, assolutamente gratuiti, senza pubblicità e/o riscontro all’esterno. Il riscontro fuori dalle sbarre è giusto, doveroso e politico, ma spesso serve più a dare risonanza all’ente promotore dell’iniziativa che a dare opportunità vere alle persone ristrette.