Incontrai Mister I nel luglio del 1994, a Londra durante un corso estivo di economia. Ci baciammo sotto una pensilina, alla fermata di un autobus a due piani, non lontano da Blackfriars, dove dodici anni prima fu ritrovato il corpo di Roberto Calvi, altrimenti detto “il banchiere di Dio”.
Due mesi dopo, a settembre, Mister I mi invitò a Bari a conoscere la sua famiglia – una mamma, un papà e due gemelli sedicenni, maschio e femmina. Ci era già abbastanza chiaro che la nostra sarebbe stata una storia seria.
Arrivai stravolta dopo un interminabile viaggio da Milano. «Lei è una ragazza che ho conosciuto sul treno. Può fermarsi a pranzo?», mi introdusse così ai suoi, per massimizzare l’agio collettivo ma soprattutto il mio.
Frequento Bari da allora: sono 32 anni. Abbiamo festeggiato qui 30 Capodanni (saltando il primo – 1995 – quando mi illuse con un viaggio a Parigi e il 2010 perché avevo appena partorito Sneddu) e moltissime Pasque.
In questi tre decenni Bari è cambiata moltissimo: la sua identità si è fatta rotonda, la gente fa jogging su un lungomare dove negli anni ’90 non correva nessuno, e il campanilismo dei baresi si nutre dell’incanto dei forestieri.
Io, Bari, l’ho sempre vissuta da figlia, dalle finestre di casa dei miei suoceri. Bari è il posto dove ho scoperto la meraviglia di essere accudita, nutrita, viziata e amata per quel che ero e non per quel che facevo. Non ho mai messo radici perché non ce n’era bisogno: altri le avevano forti e salde, anche per me.
Per 30 anni Bari è stata una fuga, il sonno pesante, una bolla di irresponsabilità, la città sullo sfondo di una famiglia adottiva.
Mister I, da sempre suprematista barese e scarso estimatore di Milano, non ha mai mostrato particolare desiderio di tornarci a vivere. Un lavoro a Londra e una famiglia a Milano sembravano riempire ogni spazio logistico e mentale.
Ma i figli crescono («Sono grandi. Non hanno più bisogno di noi.» «Sei proprio sicuro?»), gli anni passano, le priorità cambiano e sopiti languori affiorano e rompono gli argini.
Bari, più o meno all’improvviso, è diventata il solo luogo di progettualità e di felicità possibili. Da residenza degli affetti, si è trasformata nell’unica Gerusalemme di Mister I.
Non è facile assistere al ribaltamento delle altrui priorità. Non è facile sentirsi periferia. Non è facile competere con una città con il mare e con gli amici dell’adolescenza.
Non è facile ma Mister I val bene una rivoluzione (e un po’ di disperazione).
In questi giorni siamo a Bari, insieme, nell’appartamento della zia matta che al momento vive a Pretoria. In questi giorni, per la prima volta, sperimentiamo nuovi equilibri e nuove geometrie. Non sono più qui come figlia e nemmeno come mamma. Sono qui per trovare una forma che ancora non conosciamo.
In questi giorni, ogni sera, racconterò un pezzettino di questa Bari, vecchia ma anche nuova, nota e ignota, di questa convivenza in un bilocale nel quartiere Libertà, di nuove consuetudini ancora da inventare.
«Quando un rivale non puoi distruggerlo, fattelo amico» mi hanno suggerito. Ci proverò e lo scriverò qui, oggi, domani, e ogni volta che tornerò. Non so se ancora se sarà una storia di rinascita, di trasformazione, di amore o di pazzia. Nel frattempo fuori piove e noi, qui, teniamoci stretti.
Il resto del diario, nei prossimi giorni su Substack