Nonsolomamma

scusate se corro

in macchina, tra kampala, capitale dell’uganda, e l’aeroporto di entebbe. fuori ci sono l’alba e il lago vittoria che toglie il fiato e somiglia a un mare. dentro c’è valeria, che lavora per amref, ha i capelli neri e in questo viaggio, in cui hanno condiviso meraviglie e buchi neri, sgomento, curiosità e l’intimità preziosa di una pipì di nascosto tra i cespugli, è diventata un po’ un’elasti-sorella, c’è elastigirl e c’è nicholas, versione africana del ggg, il grande gigante gentile di roald dahl. nicholas fa l’autista per amref, a gulu, da dodici anni. è un acholi, popolazione del nord del paese, vittima di atroci violenze durante i 20 anni di guerra civile. nicholas parla poco, sorride spesso, a volte ride. in un paese dove lo sfruttamento e la sottomissione delle donne sono tangibili come pugni, nicholas è capace di riconciliarti, almeno un po’, con il suo genere. ha una moglie e quattro figli. è geloso, come molti non solo in uganda, della sua figlia maggiore adolescente che sta sbocciando, ha una dichiarata preferenza per il secondogenito che ha dieci anni e ha accolto con un certo affanno la nascita di due gemelli che ora hanno cinque anni. lavora parecchio, a volte esce con gli amici. “porti mai fuori tua moglie, voi due soli?”.  ride, dicendo di no. ma forse la domanda non è pertinente, forse, in un posto riemerso annaspando dalla guerra solo sei anni fa, le serate romantiche non sono contemplate. nicholas ha una dignità ruvida e maestosa, una disponibilità disarmante, una dedizione al lavoro che sconcerta, una discrezione silenziosa su un passato prossimo e agghiacciante. non era mai successo, prima di stamane all’alba, che rompesse lui per primo il silenzio.

“scusate se corro. non sono più capace di andare piano. è stata la guerra. mi dispiace”

“…”

“quando c’era la guerra, nel nord, non potevi mai, mai rallentare. e ora, anche se di pericoli non ce ne sono più, quella paura dentro rimane lì. e ti fa spingere l’acceleratore”

“dov’eri quando c’era la guerra, nicholas?”

“ero a gulu”

“in città era un po’ meno pericoloso che nei villaggi, no?”

“sì, ma avevamo comunque paura di notte. sempre. i ribelli potevano entrare nelle case. dovevi essere molto fortunato”

“e tu sei stato fortunato?”

“io sì. a casa mia non sono mai entrati. ma è stato un caso”

“hai avuto molte perdite in famiglia, durante la guerra?”

“sì, molte. come tutti. mio padre è stato ucciso mentre lavorava nei campi, per sbaglio. è stato l’esercito del governo”

“l’esercito che avrebbe dovuto proteggere i civili dai ribelli?”

“già. e poi sono morti molti altri miei familiari”

lo ha detto senza scomporsi, guardando la strada e pigiando sull’acceleratore. come fosse una cosa normale e inevitabile che non merita più rabbia o sorpresa.

“mi dispiace”

“… non ho mai volato. una volta sola sono salito su un aereo. ho visto i sedili e il posto del pilota. ma era fermo. poi sono sceso. un giorno mi piacerebbe volare”.

40 thoughts on “scusate se corro

  1. Cara Elasti, non ho e non ho avuto niente da dire sui tuoi post Africani e questo perché mi hanno fatto sorgere tante domande a cui non ho trovato nessuna risposta. Volevo ringraziarti però di averli scritti, mi hanno fatto pensare e ripensare. Un abbraccio

  2. A volte si fa fatica ad immaginare che ci siano persone, in posti tanto sfortunati, che conducono un’esistenza simile alla nostra… Non vorrei sembrare sciocca, davvero, ma i tuoi post mi hanno trasmesso un senso di “normalità” là dove credevo non ci potesse essere, per diversi motivi…
    Bentornata

  3. …Ora riuscirai a convivere con il mal d’Africa, per molto non ti abbandona..ricompare sempre nei pensieri nelle sensazioni quando meno te lo aspetti..

  4. Ho sempre immaginato le guerre tribali in Africa come un qualcosa che sfugge ad ogni regola, non si pone limiti, nè regole di ingaggio. Come se da noi “civilizzati” le facessimo più ordinate, regolamentate. Però non è vero: il punto è che gli umani fanno solo il male che possomo: chi ha occasione di farne di più la sfrutta.

    1. Guerre tribali? Guarda, la guerra in Uganda è stata normalissima – proprio come in Occidente. Non vorrei essere scortese Giorgia P., ma esistono persino dei libri di storia scritti in italiano sulle guerre africane recenti, recentissime.

      1. non so se tu hai avuto qualcosa a che fare con il colonialismo, in quel caso forse potresti averle inventate tu 😉
        comunque c’è un libro molto ben fatto che si chiama “l’invenzione della tradizione”, magari lo conosci già, se no forse val la pena di leggerlo.
        e comunque, senza alcuna nota polemica, credo che continuare a definire i sistemi africani come governati da tribù significhi negare la modernità dell’Africa, e siamo sempre punto e a capo

    2. le “tribù” non esistono, sono un’invenzione del colonialismo, e la definizione “guerra tribale” è estremamente fuorviante.

      1. eh gia’, le tribu’ non esistono….peccato che basta parlare con loro per scoprire che la prima cosa che fanno è definirsi membri della tale tribu’ e nemici dell’altra.

      2. Appunto perché li ho letti posso sostenere che non esistono guerre tribali. Il che non significa che in africa non esistano popoli diversi tra loro, con culture e tradizioni differenti. Ma la definizione “guerra tribale” ha un significato preciso che stai distorcendo. Mi leggo Elasti e smetto di commentare perché questo non è un commentarium ma un luogo di adorazione di cui temo sia vittima anche la padrona di casa. Non è possibile che a una critica garbata si risponda “leggili tu i libri”. I libri li ho letti, tu preferisci pensare alle tribù, versare un contributo a qualche associazione di volontariato e poi dimenticarti del resto del mondo. Bah. Un caro saluto a tutti e un bentornata a Elasti che nella cucina milane offre il meglio di sé.

    3. no, non mi pare, perlomeno non dalla mia esperienza. peraltro, il fatto che alcuni si definiscano parte di una tribù non significa che non siano state inventate

      1. non so se tu hai avuto qualcosa a che fare con il colonialismo, in quel caso forse potresti averle inventate tu
        comunque c’è un libro molto ben fatto che si chiama “l’invenzione della tradizione”, magari lo conosci già, se no forse val la pena di leggerlo.
        e comunque, senza alcuna nota polemica, credo che continuare a definire i sistemi africani come governati da tribù significhi negare la modernità dell’Africa, e siamo sempre punto e a capo

  5. Grazie, Claudia, d’averci permesso di essere anche noi un po’ in Africa con te. Anche qui la settimana è stata lunga e anche qui certe settimane ti cambiano. Poco, forse, ma senza ritorno.

  6. Questa volta sei tu che rientri da Londra! Credo pero’, che il tuo bagaglio emotivo sia molto piu’ pesante che all’andata. Lieta di riaveerti a casa e sapere cos’altro ci hai portato.

  7. La prima volta che mio nonno mi ha detto qualcosa dei suoi campi di concentramento, è stata la stessa cosa. Io scherzando, mentre tornavamo dalla spesa, gli ho fatto: guarda che arriviamo lo stesso anche se facciamo piano. Ha detto la stessa cosa. Che ogni mattina li mettevano a fare l’ appello e ne selezionavano qualcuno a caso che ammazzavano lì col colpo alla nuca. e che per questo lui non sarebbe mai più riuscito a camminare piano.

  8. grazie per i tuoi post Elasti. Mi hanno fatto conoscere un’altra realtà, un po’ come se fossi lì. Quella malattia, quel nodding disease è terribile, davvero, e noi qui ci accapigliamo per le primarie del pd, mah!..

  9. Buon ritorno.
    Sarebbe bello trovare un modo per far si che i pensieri stimolati in tutti noi da questo viaggio non spariscano nel giro di un paio di settimane.
    Un Elastievento a Milano sul viaggio e proventi ad Amref? Potrei arrivare dalla Svezia!

  10. Ciao Elasti,
    ti leggo spesso senza lasciare alcun commento ma questa volta mi sono sentita chiamata in causa. Mi occupo infatti di organizzare le spedizioni di vario materiale destinato al Lacor Hospital di Gulu Uganda. Probabilmente avrai sentito parlare di questo ospedale che da piccolo ambulatorio, fondato dal Dr. Piero Corti e da sua moglie la Dr.ssa Lucille Teasdale, è diventato il più importante ospedale non governativo del paese. Questo in breve.
    I

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