Nonsolomamma

cose da non credere

lei ha nove anni, gli occhi grandi e blu, lo sguardo luminoso, allegro e stupito di chi si gode l’attimo con una buona dose di incoscienza. va in terza elementare e, altrove, sarebbe solo una bambina terribilmente graziosa.

lui ha 14 anni e fa la prima Q, al liceo. non ha fatto nulla per essere dov’è. un giorno era a scuola, con i suoi compagni. si è accorto che lo stavano filmando. “cerchiamo un ragazzino asiatico. sei interessato?”, gli hanno chiesto. “perché no?”, ha risposto. ed eccolo lì, sornione e divertito. si gode il presente e fa spallucce, schivo e un po’ ritroso.

ogni tanto si guardano. sono amici, alleati, lei piccola e minuta, lui grande e ingombrante. si parlano con gli occhi. sembrano proteggersi l’uno con l’altra. una bambina e un ragazzino. sarebbe tutto poco rilevante se non ci fossero centinaia di coetanei a guardarli, ammirarli, osannarli, applaudirli, incoraggiarli, fotografarli, gridare loro: bravi! mi piaci tantissimo! siete fantastici! sei bellissimo!

sarebbe tutto in ordine se non fossero trattati come due eroi, o due rockstar o due divi di hollywood.

sono due degli attori protagonisti della seconda stagione di braccialetti rossi, una serie tv che racconta una storia vera, ambientata in ospedale, tra ragazzini malati, anche gravemente, di cui elastigirl non conosceva quasi nulla fino a poco tempo fa. ieri, insieme al suo collega-amico che si è tuffato felice tra la folla osannante, li ha intervistati, di fronte a quella bolgia adorante ed entusiasta. e non si capacitava dello stridore tra la normalità di quei ragazzetti impacciati, buffi, teneri e disarmati e l’enormità chiassosa, folle e incontenibile del loro successo.

50 thoughts on “cose da non credere

  1. sono sconvolta che tu ne parli.
    da quando ho scoperto che esiste la serie mi domando chi può essere il pazzo perverso che se l’è inventata e i pazzi perversi che la guardano. tutte le volte che ragiono sul mondo strano in cui viviamo (da fine dell’impero) alla fine giungo sempre a pensare a quella serie come l’emblema del delirio collettivo in cui siamo precipitati.
    mi fa talmente impressione che non so neanche se chiederti cosa ne pensi tu.
    per me è il mistero dei misteri, una specie di sadismo portato all’inverosimile.
    ma nelle nostre vite serve anche mettersi davanti alla tv per piangere? robe da matti.
    ti mando (comunque) un abbraccio forte

      1. Il format è una serie catalana (“polseres vermelles”), che, per quanto sia strappalacrime, non ha il sadismo (non avrei saputo definirlo meglio!) della versione riscritta per la tv italiana.

  2. ne avevo già sentito parlare e letto interviste. ma mi sono sempre rifiutata di guardarla. di medicina e sofferenza nella mia vita ce n’è già abbastanza. non voglio piangere anche a casa per dei bambini malati (PS quando studiavo volevo fare la pediatra, poi dopo un anno di tirocinio in pediatria, reparto fibrosi cistica, non ho retto il colpo…)

  3. io sapevo di quella serie ma non ho mai voluto guardarla.
    Non capisco come si possa fare una serie su bambini e ragazzini malati dove gli attori diventano dei divi e nessuno si ricorda della cruda realtà dei bambini ricoverati.
    Quanti guardano piangendo la serie tv ma non pensano a portare un sorriso o un saluto reale ai bambini, ma anche agli adulti, agli anziani…

  4. purtroppo conosco mamme che non possono guardarlo e se mai trovassero la forza di guardarlo non potrebbero piangere perché di lacrime non ne hanno più

  5. io non ho mai visto braccialetti rossi e non credo che lo vedrei. mi sono preparata per l’incontro e ho scoperto un mondo intero. quello che mi ha stupita è stato il tifo da stadio per i ragazzini protagonisti che sono bambini normali. detto questo, la serie è tratta da una storia vera e forse parlare di temi così forti, se lo si fa con cognizione di causa e con l’approccio giusto, rende un servizio anche a chi negli ospedali è costretto a passare molto tempo e può cambiare un po’ l’approccio che separa nettamente il mondo dei sani e di quello dei malati.

    1. Io non ne avevo mai sentito parlare prima, però questa discussione mi piace molto. E’ cosa diversa, i protagonisti non sono bambini (comunque condivido la perlessità palesata alla radio stamattina su tutta questa fama improvvisa e forse deviante), ma sabato sera ho visto per caso Alabama Monroe, un film belga dell’anno passato. E ci ha stesi, il tema della malattia e della morte infantile non ci ha fatto godere per niente l’invenzione cinematografica, perchè di quello si tratta; è come se i filtri non ci fossero o fossero bene che scomparsi. E ci siamo interrogati per tutta questa “sofferenza” improvvisa e a tratti insensata.
      Hai ragione, è uno strazio infinito, ma bisognerebbe parlarne di più…

  6. Io l’ho guardato. Ero riuscita ad ignorare la 1′ serie, poi dopo aver letto articoli e ottime recensioni, sono andata a recuperarla e piangendo l’ho guardata. E ho pianto pianto e ancora pianto. Poi piangendo ho guardato la seconda. Perché la guardo? Per ringraziare ogni giorno di avere 2 splendidi bambini. Perché anche se sai che è una fiction, ti mette davanti a delle realtà drammatiche. E se piangi per loro, forse, piangi meno per te.

  7. Elasti, ho capito perfettamente cosa vuoi dire, in più le fiction appartengono alla nostra epoca e, se non bastasse, il grande successo che riscuote la serie conferma che è il prodotto giusto. E alla fine è questo che conta, la mia era solo una riflessione.

  8. Io mi rifiuto di vedere in una serie televisiva la sofferenza reale degli ospedale. Non credo che aiuti ad affrontare meglio questi problemi quando ti si presentano, servono strutture ospedaliere adeguate per migliorare le condizioni dei degenti e dei famigliari.
    Inoltre trovo assurdo che ci sia una folla osannante per questi attori/bambini che con molta probabilità avranno difficoltà ad inserirsi nel mondo “vero” quando saranno sostituiti da altri attori/bambini perché il copione richiederà che muoiano.

  9. Anche io sono molto perplessa. Su questo tipo di fiction. Sui bambini divi. No, non mi piace tutto questo. Allora, se vogliamo, raccontiamo le storie vere, ma non con attori. Elasti… Non ti fare contagiare.

  10. sono contraria a spettacoli di qualsiasi genere che mostrino la realta’ che fa soffrire
    sono uno struzzo lo so
    ma nella vita si soffre gia’ abbastanza e ci si preoccupa gia’ abbastanza: quando guardo la tv o vado al cine voglio stare bene
    inoltre io sono una attiva: mi piace fare non guardare gli altri fare (non guardo manco lo sport per dire): I problem mi fanno venire voglia di risolverli e siccome non riesco a fare qualcosa per TUTTI I problemi del mondo e’ un momento che mi vengano I sensi di colpa
    io e il Crucco discutiamo sempre per questo: lui vuole guardare solo cose ‘di spessore’, che siano profonde e facciano riflettere, io solo cose leggere che NON facciano riflettere
    cio’ detto, mio fratello e’ morto di cancro e mio padre di nonsocosa, entrambi in ospedale e da (relativamente) poco: attualmente non voglio vedere ospedali, faccio pure fatica a uscire alla rotunda con indicazione ‘ospedale’ anche se e’ l’uscita di casa di mia madre… :O
    Claire

  11. La mia opinione: Ho visto un paio di puntate della prima serie, perché era molto pubblicizzata e avevo trovato simpaticissimo e dolcemente goffo l’autore del libro che era stato intervistato da Fazio. Poi ho intuito che nella fiction c’era più marketing che verità, che era come mangiare un biscotto caduto nella sabbia e far finta che sia buono e pulito.
    La sofferenza rappresentata in tv solo per che vuol “guardare” mi fa ribrezzo, sia che sia una serie su dei bambini malati sia che sia l’isola dei famosi.
    Forse a chi sta bene e non ha alcun tipo di sofferenza personale queste cose fanno compagnia e addirittura possono illuminare, a me personalmente no.

  12. Leggo sempre e non commento mai. Forse dovrei evitare anche stavolta, è un argomento che mi ferisce e non vorrei dover leggere risposte inviperite. Apprezzai anche io l’intervista dell’autore da Fazio, e così mi sono convinta a guardare la prima serie. Erano anni che un prodotto televisivo e un fenomeno mediatico non mi lasciavano tanto amaro in bocca. chi si nasconde dietro la parola sensibilizzazione non ha idea di cosa stia parlando. Forse non conosce la sofferenza di trascorrere le giornate in un corridoio di ospedale (un corridoio grigio, desolato e malandato – ben diverso da quelli mostrati nella fiction) temendo per la vita di un piccolo familiare, vedendo andare via uno ad uno gli altri bambini ricoverati e domandandosi se e quando toccherà anche al proprio. Io credo, anzi, mi AUGURO, che chi crede a certe cose non abbia in realtà idea di cosa significhino. Non parlo da madre, sono ancora giovane, ma da sorella. Vi assicuro che non ci sono gioia o speranza o futuro, in certi corridoi. in quell’ospedale ho trovato solamente i giorni peggiori della mia vita, e la vista di altre famiglie lasciate a consumarsi attorno a un lutto. Ci vuole cognizione di causa, per parlare di certe cose, è vero. Ma ci vuole anche delicatezza. Nessuno pensa mai a quanto sia preziosa la capacità di saper tacere. A me, quelle folle urlanti che osannano ragazzini perfettamente sani senza pensare alla realtà che questi ultimi hanno messo in scena, fanno pensare a quanto in fin dei conti tanti, in questo Paese, siano così fortunati da non sapere. E forse un po’ troppo superficiali.

    1. esse, ti parlo anch’io da sorella, e da figlia di persone ammalate di cancro.
      è una parola orrenda, e fa accapponare la pelle.
      in Italia non si può dire, è vergognosa.
      chi si ammala di cancro non solo si porta dietro sofferenze indicibili, ma ha anche la consapevolezza che non se ne può parlare.
      ho visto trasmissioni USA pacchiane e trash sull’argomento, eppure a loro modo liberatorie.
      io non guardo questa serie tv, ma penso che può servire ad affrancare un po’ il tabù della malattia, perchè i malati non debbano soffrire in silenzio
      ho sentito raccontare da una ragazzina ammalata che tra degenti non c’è l’affiatamento descritto nel film, anzi, tanta solitudine, chissà, spero che questo possa aiutare gli ammalati a raccontarsi, ad avere persone vicine.

      GG

      1. mah affiatamento … non so…nei reparti di oncologia pediatrica c’è solo un immenso oceanico dolore e ogni volta che appare un medico con il volto preoccupato tutte le mamme – e i papà – sperano che non sia per loro ma neppure per altre mamme e altri papà. Sperano che tiri dritto, che vada a casa sua, che risponda al telefono, che parli con gli specializzandi ma non con loro, nessuno di loro. Si vive in una bolla di sapone, si vive una non vita, si cerca di far entrare un video gioco ma la macchina per sterilizzare non ne salva neanche uno, ci si ingegna a far passare le ore e allo stesso tempo si prega perché l’attimo presente, proprio quello in cui il proprio piccino malato c’è ancora nel mondo, si cristallizzi, non passi mai. Affiatamento…non so se ci può essere dove ci sono terrore e smarrimento, compassione però sì, di quella ce ne è tanta per se stessi e per gli altri

    2. E’ vero: e’ orribile la sala d’attesa per gli immunodepressi, dove ti devi vestire col camice e le scarpe e si entra uno solo e per un’ora sola! E se entri tu ti chiedi se tuo fratello era te che voleva vedere o qualcun altro!
      Ed e’ orribile quando vedi un parente (tutti parenti strettissimi che li’ non entra nessun altro) e non sai se e’ giu’ di morale o se gli hanno dato una brutta notizia! E non c’e’ solidarieta’, anzi c’e’ ma non si puo’ esprimere, perche’ io me li sarei abbracciati tutti quei parenti piangenti, ma non sapevo cosa dire. E mi sentivo NUDA a sapere che sapevano perfettamente cosa stavo provando, perche’ ero li’ per la stessa ragione per cui erano li’ loro. Quanto ho fatto la pagliaccia, quanto ho parlato per niente, di leggerezze, ho riso, ho sorriso, solo per sperare di distrarre quelli della sala d’attesa, e mia madre, e me stessa!
      Ed e’ ora che qualcuno ne parli e lo dica, e lo descriva. E si I corridoi sono spesso squallidi, anche se magari dipinti di fresco e puliti, e qualcuno aveva messo un cesto di vimini e lasciato un qualche libro, che chi arriva avesse da leggere, e io lo guardavo e mi si riempivano gli occhi di lacrime alla commozione di pensare che qualcuno aveva pensato a noi ed aveva avuto la delicatezza di farlo…
      Non ho visto la serie, ma per descrivere certe cose sono d’accordo con qualcuno piu’ su che ha detto che ci vuole delicatezza..
      Claire

  13. Io lavoro in ospedale, in un grande ospedale del centro italia ed ho visto entrambe le serie insieme ai miei bimbi di 7 e 5 anni e devo dire che sono fatte bene ed emozionano tanto, anche chi come tanti operatori sanitari vivono la routine. Credo che sia appropriato ai ragazzi perchè sensibilizza molto sul concetto di vita salute e malattia. Tutti i ragazzi dovrebbero prima o poi fare esperienza di volontariato negli ospedali perchè solo attraversando il dolore si possa capire il significato reale della vita. Arrivare a 18 anni senza fare questa esperienza è diseducativo. io la vedo coì. saluti a tutti

  14. Insomma Elasti, volevi scrivere sui bimbi e adolescenti trattati da divi e invece i commenti sono andati in un’altra direzione.
    Non mi piacciono i bimbi “messi in piazza” e (io per me stessa) non trovo catartico piangere su queste disgrazie tremende.
    Ecco, ho dato anch’io il mio contributo ;P

  15. Lavoro anch’io in un centro di Radioterapia da molti anni. Non ho mai guardato la serie e non la guarderò’. Non trovo giusto “rappresentare “il dolore , non amo i bambini in questi ruoli. La vita li metterà’ davanti alla realtà’ ben presto. Lasciamo che vivano sereni. Personalmente anch’io ho la mia dose di dolore quotidiano e so benissimo cosa e’ la realtà’. Ci sono milioni di storie bellissime da raccontare per insegnare ai nostri figli a vivere felici. Virginia

  16. Che argomentone, cara Elasti!
    Allora: giusto per non smentirmi, ma credo di poter parlare con cognizione di causa, anche se preferirei non averne, cognizione… allora posso dire che parecchi di commenti qui sopra li trovo decisamente ipocriti? La verità vera è che il dolore e la malattia, e in particolare CERTE malattie, sono tabù e provocano fastidio. Inoltre, se parliamo di bambini “divi”, per favore non fatemi ridere! Da Shirley Temple in giù sia al cinema sia, ancor di più in televisione, è un diluvioo di bambini anche molto piccoli, spinti a scimmiottare gli adulti cantando canzoni d’amore e, soprattutto se femmine, anche conciate come delle lolite a tre anni o giù di lì, che scimmiottano gli ancheggiamenti di sedicenti soubrettes adulte… Premetto che non faccio l’avvocato di Braccialetti Rossi, ma in casa nostra lo abbiamo guardato… anche io ero un po’ perplessa riguardo la possibile reazione di mia figlia, che bazzica ospedali da quando è nata… e non è un modo di dire, ma quello che personalmente ho apprezzato la delicatezza e l’assenza di aspetti morbosi, anche se a volte forse c’è un po’ di semplificazione… ad esempio: la ragazzina anoressica del telefilm nella realtà sarebbe stata nel reparto di NPI e non solo in una zona dell’ospedale dove si curano genericamente i disturbi dell’alimentazione, etc. In compenso, ho visto rappresentata bene la solidarietà che spesso si crea tra le mamme in reparto, anche quando ci sono i momenti nei quali il personale chiede di tenere i bambini in camera, perché purtroppo qualche genitore sta perdendo il proprio figlio, magari ( a me è capitato, una volta) proprio la mamma con cui avevi condiviso un momento di silenzio, o di parole che cercavano di essere incoraggianti, nonostante la paura che potesse capitare anche alla tua bambina… E tornando alle interviste: è vero che c’era una folla di ragazzine adoranti, ma essendo presente ho colto anche dei commenti molto maturi sulla serie e sulle

    1. La malattia provoca dolore, smarrimento e profondo senso di solitudine. Ognuno la vive a modo suo, anche in silenzio. Non mi sento un’ipocrita perché non guardo questa serie. Non mi sento un’ ipocrita quando dico che trovo scandaloso che fanciulli siano strumentalizzati in spettacoli, privandoli della loro infanzia e adolescenza.

  17. È partito ol commento…
    tematiche affrontate, poi certo c’ era anche la hit parade dell’attore più carino, e certamente la produzione televisiva non lavora per la gloria, però ribadisco che personalmente sono molto più infastidita dalla morbosità con cui vengono proposti, e seguiti, ad esempio i casi di cronaca nera, con tutti i dettagli sul numero di coltellate inflitte alla vittima o l’inquadratura dei globuli rossi sparsi sull’asfalto…
    Chiudo il pippone consigliando un libro “fantastico”, anche se e

    1. Dicevo: anche se è un pugno nello stomaco: “Il regno di OP”, scritto da Paola Natalicchio, una mamma giornalista che ha descrive la sua vita in ospedale col suo bimbo ammalato…

      Floralye

      1. Grazie, finalmente un commento obbiettivo!
        Lavoro in ospedale, purtroppo ho avuto parecchi incontri in famiglia con il cancro anche finiti male, non ho mai guardato nessun file/telefilm ambientato in ospedale, nemmeno ER con Clooney, eppure Braccialetti rossi mi ha conquistato e avrei voluto che mia figlia potesse guardarlo con me (ma è troppo tardi). Certo ci sono parecchie differenze rispetto alla realtà di un ospedale ma potrebbe essere uno spunto per cambiare anche i nostri ospedali. In fondo si basa su una storia di vita vissuta! per quanto riguarda i bambini e lo spettacolo…beh, guardiamoci in giro tra Piccoli cuochi e piccoli cantanti, siamo meno ipocriti! Questi attori sono quasi tutti abbastanza grandi, a parte forse la bambina appena arrivata! Hai ragione, ricordiamo Shirley Temple o anche Jodie Foster, dai!

  18. Io ho lavorato tre anni in oncoematologia pediatrica e l’ambiente, i ritmi, insomma, tutto, non ha niente a che fare con braccialetti rossi. L’unico bene che fa è che parla di malattia, argomento di solito tabù nelle famiglie. Ma la vera vita in quei reparti è un’altra, anche se devo ammettere che a qualche genitore dei “miei” la serie è piaciuta.

  19. Scusate non ho capito una cosa. Io non ho visto la serie, ma dai vostri commenti capisco che tratta di storie tristissime e commuoventi di bambini malati ricoverati in ospedale, non se se con o senza lieto fine. Qui leggo anche che orde di ragazzini osannano i piccoli attori, evidentemente conoscendoli. Stiamo dicendo che bambini/ragazzini guardano una serie televisiva angosciante in cui si vedono bambini malati cancro morire in ospedale? Che orrore.

    1. Scusa, ma la serie non è “angosciante”, a volte è commovente, molto, ma quello su cui viene posto l’accento è il graduale formarsi di questo gruppo di amici che, ognuno col suo modo di essere, affronta la propria e l’altrui malattia, si anche il cancro, ma anche l’amore, il crescere, il rapporto con gli adulti, etc. Alla fine mi pare che ci sia parecchio dello spirito di Albert Espinosa. Per capirci, la persona dalla cui personale storia, raccontata nel suo libro intitolato “Polseres vermelles” è stata poo tratta la serie. Io ho letto “Braccialetti Rossi” e ho seguito alcune interviste all’autore, e devo dire che una persona eccezionale come quella penso sia un insegnamento per chiunque, e non solo per la sua biografia. Per il resto, mi ripeto: l’ipocrisia non sta nel non aver visto la fiction, ma nel cadere dal pero riguardo alla “privazione dell’infanzia e dell’adolescenza” che subirebbero questi ragazzi… Boh, davvero nessuno o nessuna di chi ha scritto ha mai mai guardato nirnte in cui ci fossero bambini o ragazzi? O va bene che i loro pargoli guardino serie tipo “Violetta” o “High School Musical” perché lì si canta e si balla e si amoreggia e stop, ma non sia mai che si vedano cose un po’ più serie? Scusate, ma con le orde di mamme assatanate che inviano fotografie alle riviste e alle agenzie di moda e/o case cinematografiche e televisive e sgomitano per far notare i loro pargoli… non scherziamo. Per non parlare dei concorsi di bellezza a cui partecipano ragazzine trattate come merce
      Vi assicuro che camminare per Salsomaggiore e imbattersi in queste povere tapine esposte a viste e a volte commenti che… lasciamo perdere, da madre mi ha scioccato. Del resto già Anna Magnani aveva impersonato splendidamente una madre di questo tipo, e da allora la situazione è decisamente peggiorata.
      Floralye

      1. Dal pero non casco, io trovo scandaloso che si faccia partecipare dei fanciulli in qualsiasi trasmissione. Ora sono stata chiara?

  20. Noi abbiamo seguito la prima serie, così per passare la serata, non ci siamo posti molto il problema dell’argomento…non mi si dica che è normale vedere un ospedale tra ulivi secolari e praticello verde e vista mare…insomma l’abbiamo presa come nè più nè meno che un’altra fiction. Fatta bene e con una coinvolgente colonna sonora. Quest’anno con la seconda serie si è aggiunta alla visione mia figlia grande (13 anni) che dice di continuo di non vedere l’ora che ricominci e che il padre deve assolutamente procurarle la serie passata.
    Insomma meglio delle cavolate che vede di solito, magari un pò più di riflessione la stimola!!

  21. mai vista la fiction e mai la guarderò. di dolore ne ho già abbastanza e di ospedali pure. devo dire che anzi mi fanno rabbia queste fiction con questi dottori sempre disponibili, ben disposti, umani, ma dove sono? li hanno prelevati tutti per le fiction?
    io do il mio contributo attivo attraverso un’associazione che porta i sorrisi ai bambini in ospedale e questo mi basta.
    per il resto come dice Claire ho talmente tanti problemi nella vita reale che almeno quando guardo la tv voglio leggerezza, almeno in quel momento il cervello va in off.

  22. Sono combattuta, non conoscevo questa serie televisiva e ne ho visti i primi 10 minuti della prima puntata adesso, dopo aver letto il post.

    Non voglio commentare gli effetti del divismo, dal punto di vista psicologico, su questi piccoli attori (ma non lo vedo bene, quando ne saranno più consapevoli), ma sono combattutissima sugli effetti di questa serie tv.

    Da un lato è sicuramente da combattere il tabù attorno le malattie e in particolare il cancro (ho un fratello e mio padre sopravvissuti e mia mamma portata via in 9 terribili mesi), dall’altra mi intristisce pensare che per apprezzare la salute si debba passare dalla fiction.

  23. Boh: dal sito e da Wikipedia sembra una serie tv da e per adolescent, ambientata in un ospedale come potrebbe essere ambientata da ogni altra parte…
    gli attori sono fighi e ci credo che gli adolescent italiani li adorino, come pure credo che col cavolo che si e’ cosi’ belli e curati in ospedale, malati
    non so se cerchero’ mai di vederla
    claire

    1. Non guardarla Claire, i contenuti e gli intenti possono anche essere buoni, ma la recitazione è forzata, il che rende tutto forzato. Questa cosa mi ha disturbato, trattandosi di storie vere, poteva essere una buona occasione.

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