Nonsolomamma

il malfidato

la città di A, in massachusetts, dove l’elasti-famiglia passa l’estate, è una bolla fricchettona e pacifica, forse stridente in un paese diretto altrove, ma comunque suggestiva e rassicurante.
qui nessuno chiude la porta di casa a chiave.
per questo, e non per una finzione cinematografica, nei film dell’orrore l’assassino vestito da godzilla o da cappuccetto rosso può entrare indisturbato nella villetta della vittima che per motivi insondabili ha scelto di abitare nel mezzo del bosco, brandendo un’ascia già sanguinante e semplicemente appoggiando la sua mano malvagia sulla maniglia di una porta accostata.
“ehm, perché non chiudete?” aveva domandato anni fa elastigirl a brenda, la vicina.
“perché dovremmo?” aveva replicato lei, con il candore delle creature delle favole.
qui la gente si fida del prossimo.
nessuno lega la bicicletta, nessuno chiude finestrini e portiere dell’automobile, nessuno si sognerebbe mai di usare quelle precauzioni minime che, nelle valutazioni delle compagnie assicurative sono la precondizione per poter stipulare qualsiasi contratto.
“non serve”, spiega brenda che qualche anno fa si è trovata una mattina con un giovane sconosciuto che dormiva sul suo divano. non si era scomposta, non aveva chiamato la polizia e le teste di cuoio, gli si era solo avvicinata, gli aveva fatto pat pat sulla spalla con gentilezza e lo aveva svegliato per scoprire che era uno studente che rientrando la setra prima ubriaco fradicio, era convinto di avere raggiunto il proprio salotto e non quello di brenda. “gli ho offerto un caffè” “e lui?” “lui ha detto grazie, lo ha bevuto e poi se ne è andato”.
insomma qui tutti si fidano.
tutti tranne uno.
“cosa fai, mister i?”
“che cósa devo fare? chiudo la macchina!”
“perché? siamo al parcheggio del centro commerciale. non lo fa nessuno”
“e io sì! perché i’ so’ d’ bari! e noi baresi non ci fidiamo nemmeno di nostra madre. figuriamoci se mi devo fidare di questi spirsiduti fricchettoni scoppiati”

“non serve che ti porti in giro il carrello pieno dappertutto nel supermercato. lascialo qui. andiamo a cercare gli yogurt e torniamo”
“mo’ allora proprio non hai capito! io le mie cóse non le lascio mai incustodite ché qui fanno i furbi”
“ma la spesa ancora non l’abbiamo pagata! chi vuoi che ce la porti via?”
“tu non ti preoccupare che il pazzo in giro si trova sempre”

“mica vorrai lasciare la porta di casa così, aperta? sei pazza!”
“amore, restiamo tutti qui nel giardino, davanti all’ingresso. ci accorgiamo se entra qualcuno”
“non esiste proprio. in casa ci sono i nostri computer. dammi le chiavi che mo’ vado a chiudere”
“non le ho le chiavi. le ho lasciate in cucina”
“ecche cósa! a tutto io devo pensare?”
“ma…”
“eh! bell’attè. che io sono barese. e a fidarsi s’ f’rnèsce com’ i milanesi, o peggio, come chist cristiani d’ dò*”

* traduzione: “ehi! guarda che non mi inganni, carissima. poiché io so bene che concedendo al prossimo eccessiva fiducia e abbassando oltremisura la guardia, ci si riduce come voi milanesi, genti longobarde e poco evolute, o peggio, come la popolazione locale, ormai perduta e priva di qualsivoglia speranza di redenzione”.

17 thoughts on “il malfidato

  1. Tu meriti la cittadinanza barese anche solo per come padroneggi l’accento 🙂
    Buone vacanze! E metti tante foto su Instagram!

  2. E c’ha ragione! Hai mai sentito, tu, che nell’evoluzione della specie sta prima un americano di un barese?!?

    Ho le lacrime per la traduzione!!

  3. Comunque mr I. ha ragione: a me una volta l’hanno rubato il carrello pieno di spesa da pagare!
    Era sotto natale e ho dovuto rifarmi tutta la spesa da zero nel casino dell’esselunga!

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