Nonsolomamma

L’ultima sera

Quanto tempo si può stare seduti dentro un caffè parigino prima che qualcuno venga a chiederti se hai una casa dove tornare? Un’ora? Due? Un giorno intero? Pensavo che avrei avuto bisogno dell’altrui prossimità per stare a galla, in questa settimana solitaria. E invece no. Mi sono accomodata dentro e fuori casa. Ho occupato spazi facendoli miei. Mi sono espansa in più direzioni.
Mi sono avvicinata a un pezzo di famiglia di cui avevo soggezione. Non credo particolarmente nei legami di sangue eppure in queste serate parigine mi sono ritrovata sdraiata su un tappeto a giocare a biglie con una bambina che ha la stessa faccia di mia nonna nelle fotografie degli anni ’20 del 1900. Sono affondata in un divano senza scarpe, ho apparecchiato una tavola aprendo cassetti estranei, ho parlato di libri belli, di sogni e di scuola, di cose sceme e di cose meno sceme. Mi sono arrampicata su un albero genealogico che conosco pochissimo e ho aggiunto nomi e luoghi ai rami. Non ho avuto desiderio né necessità di dimostrare nulla. Mi sono limitata a essere ed era abbastanza. Forse, mentre la mia mamma si perde, essere qui è un altro modo per tenerla stretta, per riconoscerla altrove.
I parigini dicono «Pardon» o «Excusez-moi» con una frequenza cortese e solerte, spesso quando non serve. Ti passo davanti, «Pardon!», ti incrocio «Pardon!», ti guardo «Pardon!». A me diverte, mi sembra una forma di cura per l’altro, un modo garbato per dire: «Mi sono accorto che esisti e che hai intorno uno spazio vitale teoricamente invalicabile ma io me ne frego e tu perdonami.»
Stamattina sono stata all’Orangerie, a vedere Monet e le sue ninfee, e al Museo di Rodin per scoprire che il suo segretario è stato il poeta Rainer Maria Rilke. Attraversare l’arte da soli è un’esperienza commovente, ai confini del misticismo.
Mentre camminavo lungo la Senna ho realizzato che avevo già smesso di stupirmi. Dopo una manciata di giorni il cuore aveva smesso di battere forte per tutta quella bellezza. L’incanto è un ingrediente altamente deperibile, più del latte e delle uova. La capacità di adattamento è il nostro super potere ma corrompe lo sguardo.
Ho promesso a me stessa di contrastare la forza dell’abitudine. Mi sono impegnata a dire «wow» ogni giorno, almeno una volta, sempre. Anche a Milano, dove i fuochi sono più piccoli.
Questa è la mia ultima sera a Parigi.
Sono felice di essere riuscita a stare bene, di non essermi accartocciata in un angolo, di essermi stata simpatica senza il circo che mi accompagna.
Niente è risolto di quello che ho lasciato a Milano. Alcune cose purtroppo sono irrisolvibili. Su altre ci stiamo lavorando: nuovi assetti, nuovi equilibri, nuove prossimità e distanze. La terza fase della vita, individuale e di coppia, richiede parecchie risorse e una certa dose di creatività.
La distanza non scioglie i nodi ma può curare un po’. La distanza fa respirare meglio.
Da sola sono diventata più alta. Oggi ho meno paura di sabato scorso.
C’è solo un problema: viaggiare da sola crea dipendenza. Affronterò anche questo. Una cosa per volta.

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