Non c’è la lavatrice, pensavo stamattina mentre stipavo con troppi, inutili vestiti una valigia che non li avrebbe mai contenuti tutti. Non c’è la lavatrice e devo portare sette di tutto: sette paia di mutande, sette paia di calze, sette magliette, pantaloni, pigiami, camicie, scarpe e soprattutto pantofole. Perché non è casa senza pantofole. E se fa freddo? Una felpa e un maglione basteranno? E poi computer, libri, tablet per fare la rassegna stampa, fogli per prendere appunti, agenda, tre penne, un quaderno, guide, documenti.
Qualcuno mi ha scritto: «Questo è un regalo della tua mamma».
Un monolocale in multiproprietà a Parigi, la settimana a cavallo tra settembre e ottobre. Da quando ce l’ha? Vent’anni? Trenta? Non so. So solo che non ne ha mai mancato uno. Spesso portava con sé un’amica, una cugina. E io? Perché non sono mai andata con lei? Non mi invitava? Più probabilmente non potevo: i bambini piccoli, il lavoro alla radio, la mancanza di consuetudine con lei. Lei, che adesso non lo sa neppure che mi sta facendo questo regalo.
E stamane, mentre mi concentravo sul numero sette e sull’assenza della lavatrice, ho pensato che forse io questo regalo non lo volevo. Non quest’anno, non così. Perché quest’anno molte cose sono difficili per me. Una mamma che si perde è solo una di questa, a pari merito con altre. Io quest’anno non ho spalle abbastanza larghe per questo regalo. Ho troppi interrogativi aperti, ho troppe tristezze, ho anche una infiammazione allo psoas, che è chiamato anche muscolo dell’anima. E mica sarà un caso che a me, in quest’anno tanto arduo, mi faccia così male il muscolo dell’anima, no?
«Non sto facendo una gigantesca idiozia?» ho domandato a Mister I, lo stomaco chiuso, un progressivo rimpicciolimento in atto. «Puoi sempre tornare indietro prima se non ci stai bene», ha detto lui che, soffrendo di razionalità esasperata, spesso non distingue le risposte giuste da quelle sbagliate. Perché questa settimana solitaria per me è una presa di distanza, la prova che mi posso bastare.
Alla fine sono riuscita a chiudere la valigia, ad andare in aeroporto, a imbarcarmi sull’aereo senza scompormi e, una volta atterrata, a raggiungere la mia destinazione con il treno, senza fare nessun errore.
La mia mamma non è mai stata una sprovveduta. Il monolocale al quarto piano è nel Quartiere Latino, tra la Sorbona e Notre-Dame, in una strada pedonale dove di giorno giocano i bambini e di notte c’è silenzio. È piccolo e anonimo: un letto matrimoniale e un letto singolo che occupano buona parte della superficie calpestabile, una minuscola cucina a vista, un tavolo con tre sedie, un bagno. Quando sono entrata mi è venuta la malinconia.
Non sto sola da una vita. Non sono più capace. Mi manca tutto: i miei figli, la mia mamma e il suo stupore, mio marito e i suoi garbugli, i miei pieni, la lavatrice. In questo vuoto non saprò abitare. In questa solitudine annegherò entro sera.
Poi sono uscita. E mi sono lasciata portare da me stessa, girando l’angolo ogni volta che mi pareva ne valesse la pena. Il libero arbitrio può dare le vertigini. La Senna, Notre-Dame, una fila di camionette della polizia tutte per il Papa in visita, librerie, una panchina in una piazza, una galette sincretica con guacamole e feta, un giro al supermercato, un’ultima passeggiata tra i ristoranti, la paura di trovarmi di nuovo sola a casa.
Al quarto piano c’è una luce calda e due finestre sul palazzo di fronte. Ho sistemato le mie cose nell’armadio. Casa è dove hai svuotato la valigia.