Nonsolomamma

john e le sliding doors

john è un operaio che lavora nei cantieri, sulle impalcature. una mattina fa un corso sulla sicurezza in cantiere in cui gli viene spiegato che quando si è lassù, in bilico sulle assi ad alta quota, è vietato usare il telefonino. john, al termine del corso, firma un foglio in cui dice di avere capito e recepito tutte le informazioni sulla sicurzza sua e degli altri. poi torna a lavorare.

il giorno dopo john è sull’impalcatura e sta assicurando un tubo che funge da parapetto. ha una corda con un moschettone all’estremità, ma non è agganciata da nessuna parte. il telefono squilla nella tasca posteriore dei suoi pantaloni. lui risponde senza finire di bloccare il tubo. parla in modo concitato, da lassù.

improvvisamente vede, in basso, avvicinarsi il suo capo, lo stesso che lo ha istruito sull’uso dei cellulari. john chiude immediatamente la chiamata, finisce di assicurare il parapetto e aggancia il moschettone. sospiro di sollievo. l’atmosfera da tragedia incombente si dissolve.

john ha tre figli, una moglie e un altro bambino in arrivo.

ecco, no. non è esattamente così che è andata la storia. john effettivamente ha visto il suo capo che si avvicinava e ha fatto per riattaccare. tuttavia improvvisamente il suo capo ha fatto dietrofront perché aveva dimenticato qualcosa in ufficio. “no, scusa, parla pure, mi ero sbagliato”, dice john all’interlocutore.

arriva sean, collega e amico di john. lo richiama all’ordine, devono lavorare insieme. john gli fa cenno di aspettare un attimo, sean gli passa accanto, sulla trave e si appoggia a quel tubo che ancora non è fissato. perde l’equilibrio. john se ne accorge, lo afferra da dietro e sean è salvo anche se, arretrando bruscamente, cade e si fa male al ginocchio. devono denunciare l’accaduto ai superiori. john riceve un richiamo scritto e una ramanzina. sean guarirà in un paio di giorni, ma ha rischiato la vita. infortunio mancato, si chiama. ne succedono moltissimi, in continuazione, nei luoghi di lavoro.

ok, dai, è andata. sean è salvo, john se l’è cavata e probabilmente domani la pianterà di rispondere al cellulare sulle impalcature.

“ehi, scusa, no, ecco, mi sono sbagliata. non è andata esattamente così”. questa voce narrante di donna inizia a essere irritante, oltre che inquietante. possiamo finire qui la storia di john? che ha pure un sacco di bambini e una moglie incinta da mantenere, una faccia simpatica, guance rubizze e occhi buoni. eddai, abbiamo capito la lezione. ora scriviamo fine e facciamo una pausa.

in realtà john è ancora al telefono. la chiamata va per le lunghe. arrivano notizie che lo preoccupano. si agita, parla in modo concitato, si distrae, mette un piede in fallo, la balaustra non assicurata cede. john cade di sotto. si frattura il bacino, le gambe e la colonna vertebrale in un punto, sufficiente per ridurlo su una sedia a rotelle per il resto dei suoi giorni. john perde il lavoro, l’assicurazione non paga nulla perché quando ci sono negligenza e colpa non è previsto un risarcimento. la voce narrante femminile si ferma un attimo. tu sospiri sulle immagini di john con tutti i suoi bambini e la moglie che sfoglia un catalogo di sedie a rotelle, probabilmente troppo care. e pensi, ok, il messaggio è arrivato. adesso magari parliamo dei danni posturali che si rischiano lavorando a un video terminale ché basta, john non esiste veramente. ma la voce implacabile ha un sussuto.

in verità questa storia non è finita qui. signur. che altro? mentre john cadeva dall’alto, urtava un’asse dell’impalcatura che veniva anch’essa sbalzata di sotto, con una traiettoria curva che andava a colpire una giovane donna che, subito fuori dal recinto del cantiere, faceva jogging. quando si dice la sfiga. la voce narrante è proprio la sua, quella della donna, che moriva sul colpo, lasciando un marito e due bambini. la storia si chiude proprio con loro tre, poveracci, che vanno a trovarla al cimitero, portandole un mazzo di fiori rosa.

niente male per un video proiettato stamane in ufficio durante un corso obbligatorio sulla sicurezza sul lavoro e sul relativo decreto legislativo 81 del 2008, tenuto da un ingegnere con i ricci di nome giovanni, che poi in inglese sarebbe john.

61 thoughts on “john e le sliding doors

  1. “…No, scusate. In realtà la storia non è andata proprio così. John era…” “BASTA!!! Si può sapere che cosa vuoi ancora?”
    “Dieci milioni di dollari, o nessuno uscirà vivo di qui!”

  2. Dici che lo stesso corso tenuto per spiegare che non si deve parlare al cellulare mentre si guida o anche mentre si va in bici e che pure se si cammina solamente sarebbe meglio guardare dove si va… invece di scrivere sms, o tweet, col naso alla tastiera… avrebbe lo stesso impatto?

    O ognuno penserebbe: ma tanto a me non potrebbe mai capitare.

  3. Io faccio l’ispettore del lavoro soprattutto nei cantieri e vi assicuro che storie così accadono, purtroppo. Un parapetto incompleto, una cintura non agganciata e in un attimo voli giù. Oppure una nave che magari non aveva fatto manutenzione ai motori e che in un colpo solo uccide 7 persone.

      1. si esatto. e pensa se devi spiegarlo a una sbranca di volontari di protezione civile, che per la voglia di aiutare e l’ adrenalina a mille si sentono intoccabili e con la corazza dell’ invulnerabilità. E sei pure donna.

    1. Da volontaria della protezione civile mi permetto di rispondere a Barbara: purtroppo gli esaltati ci sono in ogni campo, ma a noi inculcano fin dal primo minuto di corso di formazione a “operare in sicurezza” e a non mettersi mai e poi mai in condizione di passare da soccorritore a soccorso….

    1. appena appena comprato per il piccolo, proprio ieri che innauguravamo la stagione al nido in bicicletta. Mamma e papà però pedalano ancora a testa nuda, in effetti
      :/

      1. Io sul casco in bici ho qualche dubbio. Per i bambini ok, ma per gli adulti, se si va per lo più su piste ciclabili, non lo vedo indispensabile.
        Anche a piedi si può cadere e farsi male (anzi, è più probabile che in bici, dato che ci muoviamo più a piedi, specialmente d’inverno con neve, pioggia ecc…), ma nessuno va in giro con il casco quando cammina! A meno che non fai gare di ciclismo o vai dritto nel traffico, è molto difficile cadere di testa dall bici, per un adulto che sa andarci un minimo…

      2. Non sono d’accordo. Ci vuole poco a sbattere la testa, e le conseguenze possono essere devastanti. Un braccio o una gamba si ingessano, ma quando si tratta del cranio è un’altra cosa.
        Poi trovo difficile dire alle mie figlie che loro devono metterlo, ma io no. I bambini non fanni quello che diciamo noi, fanno quello che facciamo noi. Ci osservano e copiano. Vedono se parliamo al cellulare mentre guidiamo, se non mettiamo la cintura, se andiamo forte, se beviamo e ci mettiamo al volante…

    2. Vado tutti i giorni in bici da quando andavo a liceo, ho pedalato assiduamente in 4 città, e non ho mai visto gravi incidenti alla testa di ciclisti amatoriali dovuti a cadute (ne ho visti alcuni ad altri parti del corpo, specialmente dovuti al manubrio). Non dico che non ce ne siano, ma quanti? (parlo sempre di amatori su piste ciclabili ben tenute, certo se vai in strada o su terreno dissestato è un altro conto)
      In generale in Italia usavo sempre il casco, dovendo andare in strada, specialmente quando abitavo a Roma, ma ad Amburgo, dove vivo ora, non lo uso quasi mai e neanche quando stavo Londra l’ho mai usato.
      Certo può capitare tutto nella vita, può essere che domani cada e mi rompa l’osso del collo sulla bici, ma è più probabile che cada dalle scale di casa, nella doccia o inciampando sul marciapiedi…
      Poi che sia una protezione in più è certo, non voglio convincere gli altri a non usarlo, ma nel mio caso, valutando fastidio/beneficio, ho deciso di non usarlo sempre.

      Per i bambini non ho problemi a dirgli che alcune cose io che sono adulta le posso fare e loro no (altrimenti non dovrei bere alcol davanti ai bambini ad esempio?). Anche perché, al contrario degli adulti, di bambini a cui il casco è stato utile ne ho visti e sentiti a bizzeffe!

      1. Mio marito l’anno scorso è caduta con la bici, stava andando a lavorare sulla ciclabile, non troppo veloce e con la musica nelle orecchie. Durante una breve discesa, neanche tanto ripida, la ruota davanti si è girata di traverso a causa di una bici e per la torsione il mozzo davanti si è spezzato, catapultandolo di testa/faccia nell’asfalto. Se l’è cavata con labbro e sopracciglio tagliati, trauma cranico e versamento di sangue. Alla fine è andata bene e sono rimaste solo delle brutte cicatrici, ma se avesse avuto il casco!!!!

      2. http://www.biciedintorni.org/biblioteca/dossier.htm

        LA SICUREZZA PER IL CICLISTA
        L’uso del casco

        C’è un luogo comune tra i ciclisti: il casco serve solo a chi fa agonismo, in città è inutile. Le statistiche dimostrano invece che proprio negli impatti di intensità medio-alta il casco serve di più, per evitare che un incidente (anche una semplice caduta) banale abbia esiti gravissimi.
        Negli USA più del 50% degli incidenti in bici comportano lesioni alla testa. I traumatologi spiegano che il ciclista in caduta non ha quasi mai il tempo di ripararsi la testa con le mani, tenute fino all’ultimo istante aggrappate al manubrio dall’istintivo tentativo di evitare il “volo”. Inoltre proprio le città, più delle strade extraurbane, sono ricche di elementi come marciapiedi,auto parcheggiate, pali che possono aggravare le conseguenze di urti anche modesti. In USA il 75% dei decessi e il 70% dei ricoveri legati a cadute da bici è per lesioni a collo o testa. L’85% delle lesioni alla testa riscontrate in soggetti senza casco avrebbe potuto essere evitato o contenuto nel danno da casco. Le percentuali salgono ancor più trattandosi di bambini o adolescenti.

      3. Non scherziamo, il casco in bicicletta e’ un salvavita, cosi’ come le cinture di sicurezza in macchina.
        Molto spesso i ciclisti (anche per come sono concepite le piste ciclabili) pedalano ai lati della carreggiata di fianco ai marciapiedi e molti degli incidenti mortali avvengono perche’ il ciclista cadendo batte la testa contro lo spigolo del marciapiedi.
        In quel caso avere il casco e’ una questione letterale di vita o morte.
        Mettere il casco in bici non costa nulla, come la cintura di sicurezza in macchina. Perche’ non farlo?

        PS. Io purtroppo conoscevo una ragazza, all’epoca diciannovenne, che caduta dalla bicilcletta, mentre frenava per fermarsi ad un semaforo e’ caduta e battendo la testa e’ morta. Sul colpo.
        E’ stato tremendo.
        Un caschetto in testa non costa nulla. Ma puo’ salvare la vita.

    3. io vado in bici a roma, ogni giorno, 20 km circa, tutti in mezzo al traffico, e il casco lo metto SEMPRE.
      anzi, lo revisiono e lo ricompro regolarmente, quando ritengo che sia diventato vecchio.
      mio figlio viene in bici con me, tutti i giorni, e anche lui ha SEMPRE il casco in testa. io ne ho visti di incidenti. il casco dovrebbe essere obbligatorio.

      1. Ok, mi avete convinta, domani lo compero, e mi impegno a non inaugurare la mia splendida bicicletta elettrica (e guai a chi dovesse rubarmi pure questa!) prima di avere concretizzato questa decisione. Dico sul serio e vi ringrazio dei commenti che ho letto. Però ammettiamolo, è difficile uscire dalla nostra letteratura: abbiamo imparato da piccole ad andare sulle nostre bici senza mai pensare al casco, così come abbiamo studiato per la patente auto convinte che le cinture dei passeggeri dietro non esistessero proprio.

      2. sono a casa dal 27 marzo perchè una ragazza è passata con il rosso e mi ha investito mentre ero in bici.
        mi sono sbriciolato un polso ed il caschetto.

        se non l’avessi indossato, sarebbe stato un polso e la testa.

  4. Ok ansia ansia ansia. Ammetto che a forza di vivere negli uk e di lavaggi di testa sono molto piu’ attenta sulle leggi di Health and Safety. Ho smesso di fare spallucce ed un mezzo sorriso ed ho imparato a prenderle sul serio!

  5. Il padre di famiglia, con tre bambini piccoli e una moglie, artigiano in subappalto, cui e’precipitato addosso un pilone di cemento non imbragato correttamente da un altro lavoratore esiste davvero. O meglio, io ne conosco uno dei tanti. Lui e’sopravvissuto, dopo mesi e mesi di sofferenze, ricoveri etc ma e’ rimasto paralizzato dalla vita in giu.Avevo appena iniziato il tirocinio da avvocato e la moglie di questo signore e’venuta in studio, era appena successo il fatto e io ho assistito al colloquio fatto dal mio “capo”. alla fine dell’incontro questa donna, cuoca part time con i suoi bambini e una tragedia immane da affrontare, ha chiesto con grande compostezza quale fosse il compenso del l’avvocato. Lui le ha risposto: “signora, pensi a suo marito e soprattutto ai suoi bambini, i soldi li tenga per voi”. Non lo ho mai dimenticato. L’avvocato si e’poi scontrato con i mille muri di gomma,i rimpalli di responsabilità. La famiglia di questo signore non ha mai ricevuto alcuna visita, solidarietà ne’ conforto da chi era in quel cantiere (colleghi, dipendenti, datori…)…

  6. Comunque post molto attuale.
    Dal Corriere di oggi:

    Il tassista, il contadino, l’elettricista e gli operai
    Quelle 6«morti bianche», da Nord a Sud
    In poche ore: folgorato, caduto da scala, schiantato con lo scafo, travolto da vagone, schiacciati da pressa e trattore

    Una strage, non si può definire in altro modo. L’operaio di 45 anni che resta folgorato; il conducente di un taxi acqueo, 49, che si schianta contro un molo; il contadino, anche lui di 49, schiacciato dal trattore; l’elettricista di 53 che scivola dalla scala, il manovratore, 52, travolto da un vagone; l’artigiano, 55, «imprigionato» dalla pressa. Morti tutti in una giornata – quella drammatica di giovedì 9 maggio – il cui bilancio è da accostare, in una specie di confronto freddo, silenzioso e rispettoso, a quella cifra agghiacciante che fornisce l’Inail ogni 12 mesi. Questa: in Italia ogni giorno perdono la vita, mentre lavorano, 3 persone.

  7. uno dei miei migliori amici quando ero ragazzina è caduto in bici e ha sbattuto la testa. Una caduta banale apparentemente, ma è finito in coma lo stesso e uscito dal coma si è beccato tutta la riabilitazione per riprendere a parlare correttamente e per camminare. Io da lì sono diventata talebana per casco e cinture di sicurezza in auto..

  8. il mio compagno fa lavori in quota ed ora si trova a castel gandolfo. Nonostante tutti i divieti possibili, pericolo caduta massi, pericolo di morte, ecc… c’è gente che quei cancelli si scavalca perché oramai il jogging è iniziato e non si puo’ tornare indietro. Ci sono famiglie con passeggini che incuranti dei disgaggi passeggiano proprio lì sotto. Qualcuno si farà male, ne sono sicura. Ma il pericolo non è avvertito mai come tale. Come qualcosa che puo’ accadere proprio a te. Mi spiace ma qualcuno si farà male e poi sotto accusa questa volta ci andranno proprio gli operai. sigh!

    1. perché i marciapiedi spesso non esistono o, se ci sono, sono occupati da macchine e moto. E mi riferisco a un capoluogo di provincia lombardo, non a Marrakech.

      1. ..e perchè mandano avanti il passeggino giù dal marciapiedi, prima di accertarsi di potere attraversare???

    2. perchè non sono dotate di testa allungabile e neanche di patente da contorsionista.

      e gli automobilisti/scootesisti che non rispettano MAI il limite di velocità in città?
      e gli automobiliti/scooteristi che non si fermano MAI alle strisce pedonali?

      se chi guida un mezzo rispettasse queste norme di legge le mamme dietro ai passeggini non avrebbero nessun problema ad attraversare la strada.

  9. http://www.salvaiciclisti.it/

    #salvaiciclisti è un movimento popolare e spontaneo indipendente da partiti e associazioni che chiede alla politica interventi mirati per aumentare la sicurezza dei ciclisti sulle strade italiane sulle quali sono morti negli ultimi 10 anni 2.556 ciclisti. Tutto parte dall’iniziativa Cities fit for cyclists del Times e dal manifesto di 8 punti che viene ripreso dai blogger italiani e rilanciato in rete sotto il nome di #salvaiciclisti.

  10. Datemi pure della scassamaroni senzacuore ma io apprezzo moltissimo le comunicazioni del genere. Quelle che ti fanno venire il mal di stomaco. Perché, alla fine, sono le più efficaci. Perchè il medico pietoso rende la piaga dolororsa. Perché evitare tragedie è semplicissimo. Quando lavoravo nell’azienda X, prima di venire qui, in occasione della giornata internazionale della sicurezza sul lavoro organizzammo un evento che prevedeva, tra le altre cose, la visione di video shock, basati su storie vere. Storie di negligenza. Credo che quei video in pochi li abbiano scordati. E va bene così.

  11. Invece di parlare di ansia, angoscia ecc, che non serve a granchè, utilizziamo questi spunti per cercare di cambiare la nostra mentalità e crescere. Noi italiani abbiamo questo modo di pensare per il quale ci si affida al santo patrono del momento, al tanto non capita a me e allo sperindio…e invece dobbiamo imparare a prendere consapevolezza dei rischi e imparare come possono essere gestiti. Lo vedo anche nel mio lavoro, mi occupo di edilizia e protezione civile: potrei scriverne per ore..

  12. il mio lavoro comprende anche fare il Coordinatore per la sicurezza in cantiere e questo è proprio quello che vorrei capissero le persone che lavorano nei cantieri: quando chiedo che si lavori in sicurezza non lo faccio perchè sono una povera pazza rompicoglioni (scusate il termine)… voglio solo che tutti tornino a casa con le proprie gambe ogni sera. Spesso però non mi sento per nulla compresa… chissà se un filmatino così servirebbe a farlo capire meglio

    1. anche io lavoro per un’impresa edile; la migliore coordinatrice per la sicurezza con cui abbiamo lavorato era una di poche parole: girava per il cantiere e quando vedeva una comportamento non appropriato mandava a casa semplicemente il soggetto! Niente carta, richiami scritti o “prediche” verbali: un atto semplice ma molto efficace…

      1. Anche io da neolaureata ho frequentato quell’ambiente, su grandi cantieri italiani e ne ho veramente viste di tutti i colori.
        Ora faccio tutt’altro ma il mio ufficio e’ proprio sopra un grosso cantiere edile a Londra.
        Al ricordo di quello che vidi in Italia a quei tempi (piu’ di 10 anni fa ormai, spero qualcosa sia cambiato), e’ un vero piacere affacciarmi dalla finestra e guardare come eseguono i lavori qui sotto.
        Sti anglosassoni saranno scassapalle e noiosissimi ma in fatto di sicurezza stanno millenni avanti.

  13. Per la sicurezza dei ciclisti segnalavo sopra il movimento “Salva i ciclisti” http://www.salvaiciclisti.it che premono per far mettere il limite di velocità in centro abitato a 30 km/h e per rendere obbligatorio l’uso del casco in bicicletta.

    Sono belle anche se faticose da leggere le recenti interviste di Franca Rampi (la mamma di Alfredino, chi ha più di 35 anni ricorderà sicuramente) che ha ispirato a Pertini la costituzione della Protezione civile. Il Centro Rampi http://www.centrorampi.it si dedica da 30 anni a formare una mentalità evoluta sui rischi e sulla prevenzione del rischio. La nostra mentalità sembra ancora un po’ ferma al film “Il sorpasso”, in cui il personaggio di Gassman supera il limite di velocità in un tornante in montagna, ma poi tocca il corno portafortuna affinché non gli succeda nulla.

  14. elasti,
    io tengo corsi di sicurezza, e svolgo indagini sui cantieri dopo un infortunio. Il rischio di farsi male è sempre lì, basta solo una disattenzione…anche a casa.

  15. Brava mammina, sicurezza ci vuole, anche per quelli che alla domenica si improvvisano giardinieri, boscaioli, muratori, elettricisti e poi vanno al pronto soccorso a farsi medicare. Compreso un tizio che anni fa, appoggiata la scala ad un ramo, perso nei suoi pensieri, con la sega lo stava tagliando dalla parte sbagliata, come nei cartoni di paperino.

  16. Quanti di noi sono saliti in ciabatte sulla sedia pieghevole, appoggiata con una o due gambe soltanto su un tappeto perché ci serviva quella pentola là in alto, le scarpe per il matrimonio, la lampadina della sala era bruciata? Quanti di noi hanno il gradino in bagno “per le pendenze” e usciamo dalla doccia a piedi nudi e prendiamo il phon per asciugarci? Quante volte controlliamo lo stato del salvavita? O in ufficio lasciamo i cassetti aperti, il fermaglio di metallo caduto in terra, i cavi dei pc scoperti? I datori di lavoro di fanno fare i corsi sulla sicurezza (ma non ho capito perché le rapine non sono contemplate tra i rischi sicurezza per i lavoratori di banche, uffici postali, gioiellerie, distributori di carburante…) ai dipendenti, fanno firmare un foglio con su scritto “hai fatto il corso, ora sai come ti devi comportare, se non fai così sono fatti tuoi” e la colpa è solo tua.
    Roberta

  17. brava elasti,post così aiutano a ricordare che ci vuole poco a causare un danno immane ed altrettanto poco ad evitarlo.la botta d’ansia provocata dal video rimane,ti torna in mente ogni volta che per superficilità e pigrizia corri un rischio che invece dovevi evitare.da quando per caso ho visto dei crash test di bimbi in auto senza seggiolino sono diventata una talebana con i miei figli che blindo anche per fare tre metri.idem per il casco in bici.ai commenti del post vorrei aggiungere solo un dato,imparato dall’eperienza professionale a tutela di lavoratori che si infortunano e si ammalano lavorando:9 volte su 10 non è colpa del lavoratore,ma di chi baratta la sicurezza con l’aumento di produzione ed il contenimento dei costi,di chi ricatta chi ha bisogno di lavorare e che tenta di rifiutarsi perchè si avvede del pericolo con un “o così o vai a casa”, o di chi per decenni ha taciuto che quella polvere faceva male ed ora allarga le braccia quando la moglie del pensionato che lavorava in cantiere navale muore a 55 anni di mesotelioma per aver lavato le tute del marito.

  18. Io mio papà è vivo per miracolo e io la prendo sul serio la sicurezza sul lavoro, tanto che gli ingegneri del posto dove lavoro non ce la fanno più a sopportarmi.
    Un ingegnere una volta mi ha detto: ma invece di mettere tutto per iscritto perché non mi chiami?
    No, caro mio. Ti piacerebbe, vero?

  19. A parte che concordo sul fatto che una cosa deve colpirti molto per rimanerti in mente, mi sa che presto vedrò qualcosa del genere, dal momento che dovrò fare il corso già pianificato nei prossimi giorni. Così son preparata.

  20. E’ giusto mostrare il video shock, perché la sicurezza è ancora argomento troppo ignorato, soprattutto nelle piccole imprese che “tanto cosa vuoi che succeda”.
    Ho conosciuto un signore cieco perché ha avuto un gravissimo incidente in moto. Oltre a perdere la vista ha vari altri problemi, non cammina né va in bagno da solo e anche intellettivamente è rimasto lesionato. Ecco, per me conoscerlo è stato (anche) un grande invito a essere prudenti per strada.

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