Nonsolomamma

sicuri

qualche sera fa l’elasti-famiglia è andata a una cena da amici, nella città di A, in massachusetts. c’erano varie persone tra cui la mamma di un bambino di otto anni che, come sneddu, a settembre andrà in terza elementare che qui chiamano third grade, come terzo grado ma è la stessa cosa. o quasi.
“la maestra quest’anno ha spiegato una nuova regola della scuola”, ha raccontato la mamma che per comodità chiameremo miranda.
“quale regola, miranda?”
“ha detto ai bambini che se c’è qualcosa che li turba – per esempio una domanda a cui non sanno rispondere, un bambino che dà loro fastidio, troppo caldo o troppo freddo in classe, un insegnante che spiega troppo velocemente – loro devono pronunciare una formula magica così lei capisce e interviene”
“ah. comodo. e qual è la formula magica?”
“devono dire: ‘i feel not safe'”
“devono dire proprio ‘non mi sento sicuro’???”
“già”
“ma non è una dichiarazione un po’ rischiosa, magari fuori luogo o impropria?”
“non importa. è così che i bambini devono dire. e se non dicono la frase nel modo giusto, la maestra gliela fa ripetere anche cento volte, fino a quando non la dicono giusta”
“ecco, questa cosa mi sembra ancora più bizzarra e anche un po’ spaventosa…”
“e poi c’è un altro problema”
“…”
“ormai a casa mio figlio (che per comodità potremmo chiamare qui jake) dice ‘i don’t feel safe’ per qualsiasi cosa”
“in che senso?”
“non lo stiamo ascoltando? lui dice che non si sente sicuro. non gli diamo il gelato? jake non si sente sicuro. gli dico che deve rifare il letto? lui risponde che non si sente sicuro. gli chiedo di andare a dormire? idem”
“aiuto”
“già. non mi sento sicura nemmeno io”.

10 thoughts on “sicuri

  1. Ma poi questi bambini (di 8 anni peraltro non neonati) quando cresceranno e si sentiranno “not safe” cosa faranno? Cose che fanno davvero valutare più positivamente l’homeschooling….

  2. Ma che assurdità! Anziché sviluppare il loro linguaggio emotivo, appiattiscono la miriade di sensazioni al “safe” e “not safe”. Come ridurre il tutto a un “like” o “dislike”. Non comprendo, e mi inquieta anche parecchio..

  3. Che simpaticamente stimolante questa storia!
    Propongo di porre l’occhio al passaggio «devono pronunciare una formula magica così lei capisce e interviene»:
    a me dice 2 cose 1) la maestra delimita un campo -la classe, la scuola- in cui vale la regola che lei ha posto
    2) la maestra pone sè stessa come punto di riferimento in quell’ambito.
    A casa propria i genitori possono fare la stessa cosa, ma -adeguatamente preparati e consapevoli della responsabilità educativa che hanno- possono individuare altre regole e chiarire che esse sono diverse (anche partendo dall’osservazione che l’ambito famigliare ha esigenze diverse: orari di convivenza, numero di componenti, compiti da svolgere… e aspettative diverse plasmano esigenze diverse).
    Io non sarei angosciata per questa discrepanza: naturalmente il bambino vuole “usare” a casa gli strumenti che ha assimilato più rapidamente, si tratta di scoprire che altrettanto naturalmente essi “non funzionano” dappertutto!
    Cordialmente
    Shalan

  4. Mi sembra una bizzarrìa tutta americana. Invece di insegnare ad esprimere chiaramente le proprie emozioni e a riconoscere il vero problema qui si tende a generalizzarlo. Mi domando come faccia la maestra a risolvere realmente il disagio dell’alunno.

  5. Ecco appunto, insegnare ai bambini a dire i feel not safe per la qualunque li porta a utilizzarlo ogni qual volta le cose non vanno come dicono loro.
    Che poi, che vuol dire utilizzarlo quando non sanno rispondere a una domanda? Cioè se non hanno studiato o non sono stati attenti in classe rigirano la frittata con un i feel not safe?

  6. La parola d’ordine ha senso se individua esattamente qualcosa. Se per ognuno significa una o più cose diverse non ha alcun senso… I feel not safe o blablabla sarebbe identico…anzi forse blablabla sarebbe meglio perché a forza di ripeterlo diventerebbe ridicolo e li spronerebbe a superare il blablabla in questione… 🤔

  7. Anche io all’inizio ho pensato fosse un po’ troppo generico. Forse l’intento però è quello di dare voce ad un’emozione, anche ad un disagio, che un bambino può avvertire senza avere la capacità o il coraggio di dargli una forma efficace. Con una “parola magica” può essere più semplice segnalare che qualcosa non va, che dentro lo stomaco si attorciglia e non si sa bene il perché. Tirare fuori è meglio che tenere dentro (fa molto “inside out” lo so, visto a ripetizione con mia figlia), senza però che il campanello di allarme si trasformi poi in uno scudo. Forse ci vorrebbero le istruzioni per l’uso, sia per chi deve rispondere che per chi deve spingere il bottone dell’allarme. Ho sorriso leggendo che “jake” dice che non è al sicuro perché non gli danno il gelato.. ai miei tempi, e dalle mie parti, forse si sarebbe sentito rispondere qualcosa del tipo “te la do io la sicurezza”… ecco, sì, una parolina meno impegnativa e un “come e quando dirla e cosa rispondere” sarebbero d’aiuto secondo me.

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