Nonsolomamma

Serendipity cinese – parte 2

Eravamo a Xi’an, nel pomeriggio. Avevamo programmi bellicosi per una serata nel quartiere musulmano.Volevamo tornare in albergo per rilassarci un po’ e trovare l’aria condizionata. Ci siamo divisi. Sneddu e io abbiamo deciso di tornare a piedi, gli altri in metropolitana. Noi due volevamo lasciarci sorprendere nell’ora di cammino che ci aspettava. Lo stupore, nella vita, va coltivato ma in Cina non serve impegnarsi granché.
A un tratto, in un animato vicolo brulicante di umanità e negozi, dei pesciolini dentro delle vasche dietro una vetrina ci hanno chiamato. L’insegna mostrava un pediluvio/pedicure nell’acquario e l’invito a entrare per un massaggio al collo, alla schiena, ai piedi, all’anima. «Sneddu!» ho esclamato. Ci sono figli che ti seguono nelle occasioni mondane, figli che ti seguono negli abissi e figli che ti seguono nella follia. Sneddu appartiene a quest’ultima specie. «Cla, non mi pare il caso» ha risposto lui, come fa sempre. «Senza i pesci» ho concesso io. «E va bene» ha ceduto lui.
Abbiamo chiesto tutto tranne l’ittioterapia, siamo stati fatti accomodare su poltrone accessoriate, i piedi a mollo nell’acqua bollente e molti selfie per umiliare i congiunti meno intraprendenti. Due signore, forse una madre e una figlia, si sono messe al lavoro, massacrandoci. Provavamo a convincerci che, dopo, saremmo stati splendidamente. Loro ridevano del nostro composto e scomposto soffrire.
Poi ha cominciato a piovere. «Possiamo restare qui fino a quando smette?» ho digitato sul traduttore. «Potete rimanere quanto volete» mi hanno risposto in cinese.
Ci siamo rimessi comodi sulle nostre poltrone. Fuori una pioggia battente, un rovescio, una bomba d’acqua, il diluvio. La strada è diventata un ruscello, un torrente, un fiume, lo Yangtze Kiang studiato alle medie. «Succede spesso?» «Mai».
Motorini elettrici guadavano a stento la via, carretti si bloccavano nel mezzo, la gente, abbarbicata sui marciapiedi, le scarpe a mollo, guardava incredula, una bambina ci sorrideva e diceva «Ni hao» salutandoci con la mano.
Qualche eroe individuava sott’acqua un tombino, immergeva le mani e le braccia nude, lo apriva e lo liberava dalle sterpaglie. L’acqua che ne defluiva era comunque poca cosa rispetto all’inondazione. Macchine bloccate nel guado, passanti fradici ma quieti, un sentore apocalittico. Ci siamo messi in marcia verso l’albergo, dopo un paio d’ore di vana attesa. L’anziana proprietaria di un ferramenta ha avuto una geniale intuizione e ci ha offerto due ombrelli per l’equivalente di due euro. Motorini, monopattini, biciclette, tre ruote, sui marciapiedi, passaggi bloccati ai pedoni, pediluvio ubano, ingorghi umani e automobilistici, l’armonia della fine del mondo, un’anarchia quieta. «Perché non si arrabbiano, non urlano, non dicono nulla? Qui è il caos!» Sneddu, solitamente nel chill, le scarpe preferite devastate dall’acqua, ha perso la sua compostezza.
Siamo arrivati arrancando. Abbiamo annullato gli effetti del massaggio violento. Il resto della famiglia ci ha bullizzato.

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