Nonsolomamma

una valigia

prima che nonno A fosse inghiottito da quel sonno vorace e senza scampo, elastigirl la sera, verso le 9 gli telefonava. negli ultimi tempi lui era sofferente e insofferente, rispondeva con una voce triste che non gli era mai appartenuta. “mi piace parlare con te, ciccetti”, le aveva detto un giorno. “non ci parliamo mai”, aveva aggiunto. “come non ci parliamo mai, papà? ti chiamo tutte le sere e ti stordisco di parole e tu dici che non ci parliamo?”. “ah, già, hai ragione. be’, allora mi fa piacere che ci parliamo. ma comunque dovremmo parlarci di più”. “va bene. ci parleremo ancora di più”.
il problema era che, in quel periodo lì, in cui elastigirl era preoccupata perché da quella voce strana, da quei dolori che spuntavano qua e là implacabili come le talpe con gli occhiali dentro un videogioco, da quella strada di catrame, era difficile immaginarsi un’inversione a U, trovare le parole giuste era impresa ardua. il problema era che parlare a nonno A, in quei giorni dolenti di visite mediche, di fisioterapia, di dieta senza grassi e senza cioccolato (“uh ciccetti, non me ne parlare”), era molto difficile. perché lui era di pessimo umore e aveva ragione di esserlo. perché lui era stufo di quella quotidianità da malato. perché a lui, del mondo intorno, non importava più tantissimo.
e quindi elastigirl tutte le sere, prima di digitare il numero di telefono, passava in rassegna gli argomenti divertenti, forti, appassionanti, capaci di risvegliare quella voglia di vivere un po’ sopita. e non è che una tizia con una vita normale, ogni sera, riesca a tirare fuori dal cappello un coniglio, una colomba o i fuochi d’artificio. elastigirl quindi si arrovellava, prima di quelle conversazioni che, lo aveva capito ma non osava dirselo, erano per nonno A una finestra su un mondo da cui si stava congedando.
a volte era proprio brava e riusciva a catturare quell’attenzione selettiva. e quella voce triste ritrovava il suo calore, i suoi colori, il suo timbro avvolgente.
a volte era un impiastro. “va be’, ci sentiamo domani, dai. scusa ma stasera non mi sento proprio”, tagliava corto lui. e lei chiudeva sconfitta e snervata contro la sua inettitudine affabulatoria.
dall’ultima telefonata sono passati un mese e tre giorni.
in un mese e tre giorni succedono un sacco di cose, abbastanza da riempire una valigia di conversazioni telefoniche serali, abbastanza da stupire nonno A con effetti speciali.
elastigirl ci ha pensato ieri sera, a quella valigia piena di argomenti, di aneddoti, di curiosità, di pensieri, di idee sceme e di idee brillanti. a quella valigia piena di hobbit che ricevono la pagella, fanno pipì nel vasino e applaudono, ascoltano la disco dance brasiliana trash. piena di incontri, di condivisioni, di novità, di una casa nuova e di una vecchia, di un mutuo da far tremare le vene ai polsi, di vita che scorre. a quella valigia destinata a riempirsi, ogni giorno, ogni settimana, ogni mese un po’, fino a scoppiare.
elastigirl ci ha pensato tutta la sera, e anche un bel pezzo di notte.
perché è difficile addormentarsi, sotto il peso di una valigia così.

94 thoughts on “una valigia

  1. Cara Elasti, ti sono davvero vicina. La mia valigia ha 9 anni e ha cominciato a riempirsi all’improvviso, 3 giorni prima del mio matrimonio. Ho dovuto infilarci subito il mio abito bianco e il sogno di una festa, che non c’è più stata. Quello che la rende davvero pesante adesso sono i due nipotini, con le loro infinite meraviglie e le gioie quotidiane. Non lo so perché al mio babbo è stata negata questa gioia, se ci penso impazzisco dal dolore e so che questa per me è una delle “cose da non fare”. Diventando mamma, ho capito che le cose non dette, non fatte con mio babbo (per le quali mi sono angosciata per anni) in realtà non importavano così tanto: da genitore adesso so che quell’amore è gratuito, imprescindibile, viscerale, che non ha bisogno di essere rassicurato – c’è e basta. Solo questo negli anni ha reso la mia valigia un po’ più leggera. Ma non l’ho mai accettata e non mi sono mai rassegnata: continuo a portarla, certo, ma solo perché non posso fare diversamente. Ho imparato a conviverci, a sbirciarci dentro solo ogni tanto quando nessuno può vedermi piangere, e a richiuderla per mettermi la maschera di chi ha superato un dolore che non passerà mai.

  2. Elasti fai come la mia mamma con la mia nonna..anche lei durante i suoi ultimi giorni in ospedale si inventava 3000 discorsi da farle per tenerla allegra, quei discorsi ora continua a farglieli anche adesso che è lassù,insieme al tuo papà..
    guarda la sua foto e parlagli,racontagli degli Hobbit,del lavoro..sono sicura che lui ti ascolterà sempre..e te lo farà sentire un po’ più vicino,perchè ti darà lui la forza..un super abbraccio,come se ti conoscessi ..

    1. ho letto solo ora che c’è un post molto simile al mio..non avevo letto ancora quelli precedenti,in assoluto mi è venuto dal cuore

  3. La mia e’ una valigia piccolina, nel senso che l’assenza di papa’ e’ quasi trentennale e i miei 8 anni dell’epoca non mi hanno dato tempo di costruirne una. Ma a un certo punto ti sposi. Cosi’ vai all’altare con un meraviglioso uomo che non e’ tuo padre (un quasi nonno che ti ha amato moltissimo) e un po’ ci pensi. Poi arriva quella magica notte in cui diventi madre, il giorno del suo compleanno, vedi i suoi occhi azzurri in quelli di tua figlia e dei tratti somatici che sono decisamente suoi e scopri che la figura ”mitologica” di papa’ non e’ cosi’ surreale…

    Ho letto di molti bagagli pesanti, senza cattiveria un po’ ve li invidio: io ho solo un piccolo beauti-case…(anche se forse fa meno male e questo ha i suoi vantaggi)

  4. La mia valigia ha venticinque anni. Lo scrivo e quasi non ci credo. Dentro c’è un’intera vita, ci sono bambini mai conosciuti, la mia laurea tardiva, rabbia, dolori e gioie, . Quest’anno vorrei fare una festa per lui, chiamare tutti i superstiti della sua giovinezza, tutti i nipoti, e ridere ricordandolo.

  5. Dopo quasi un anno non ho ancora cancellato il suo numero, quello di mia madre, dalla rubrica. E’ che spesso mi viene ancora da chiamarla per raccontarle che gemello n.2 è riuscito a fare cose incredibili oggi, e cose così

  6. Mia figlia porta anche il nome di mia nonna, che se ne è andata 6 mesi prima che lei nascesse. Sapessi quanto pesa, la mia valigia. Una nonna che era una seconda madre. Il suo ricordo riaffiora ogni giorno fra le cose più stupide. Il borotalco, che mi metteva sempre quando ero piccola, dopo la doccia. Uno smalto rosso, la sua passione. Una borsa, che era sua e ora porto io. Mia figlia sa che la bisnonna vive in cielo, su una stella. E ogni sera guardiamo fuori dalla finestra, in cerca di quella stella che a volte si vede e a volte no, però sappiamo entrambe che c’è. Lei la saluta, le manda un bacio con la manina. Le parliamo un pò, raccontandole quello che ci è successo durante la giornata. Un piccolo rito. E’ un pò straziante, a volte. Ma è l’unico modo per non tenermi tutto dentro. Per lanciarle lassù, col pensiero, un pò della nostra vita.

  7. Sono 13 anni e ancora penso “devo dire alla mamma che…”….la mia valigia è colma….ma nessuno la aprirà mai…non è vero che passa….non passa mai…solo ci si convive!

  8. Tra due giorni è un mese che ho perso mio papa e mi sento come on una tempesta in mezzo al mare. Su e giu in continuazione. X cui ti mando un abbraccio. Elena.

  9. I’m not sure exactly why but this blog is loading extremely slow
    for me. Is anyone else having this issue or is it a issue
    on my end? I’ll check back later on and see if the problem still exists.

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